LIBERTÀ O MORTE. Due assassinii, due dipinti. L’enigma della scomparsa di un dipinto di David.


marat

Jacques-Louis David, La morte di Marat, 1793. Bruxelles, Museo Reale di Belle Arti.

Non conosco manuale di storia dell’arte che non riservi una pagina o due al celeberrimo dipinto di Jacques-Louis David “La morte di Marat”. Poco ci viene detto del tragico coacervo di circostanze che culminarono nel più famoso assassinio politico della fine del XVIII secolo. Si ritiene più che sufficiente accennare all’esaltazione di una giovane, sconsiderata ma di bell’aspetto, che si trasformò, senza incarico alcuno, in una feroce vendicatrice della pax nazionale. Ancor meno si dice sul fatto che l’assassinio di Marat era stato preceduto, sei mesi prima, da un altro assassinio “eccellente”. Le analogie tra i due eventi sono singolari. Due uomini ben in vista, colpiti a tradimento e senza alcuna possibilità di difesa, da persone “qualsiasi” che verranno ricordate in seguito solo per l’infamia commessa. Continua a leggere

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GLI DEI DOPO LA CADUTA. L’APOLLO SAUROCTONOS E IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI.

Apollo Sauroctonos Louvre

Copia romana da Prassitele, Apollo Sauroctonos, Parigi. Museo del Louvre.

Ad Atene, quel giugno del 430, l’estate era iniziata con il ricordo dei lamenti funebri durante la cerimonia invernale in onore dei caduti. La campagna non aveva consegnato i frutti consueti che, in tempi diversi, sarebbero stati abbondanti. Si diffondeva nell’aria l’odore acre degli incendi e chi avesse voluto appurare con precisione cosa stesse avvenendo fuori, nella splendida chora, avrebbe dovuto recarsi sulle mura e osservare le devastazioni degli Spartani e dei loro alleati. I soldati del Peloponneso, non potendo forzare le mura di Atene, si erano dati a quelle imprese vigliacche che disonorano le campagne militari: bruciavano campi, distruggevano fattorie, uccidevano animali. Qualche volta si avvicinavano alle mura, beninteso a distanza di sicurezza, per scagliare insolenze sugli Ateniesi e i loro comandanti.

La città non era mai stata così affollata. Vicino alle mura, sistemati in baracche d’emergenza, migliaia di contadini si accalcavano in attesa di poter tornare alle loro abituali occupazioni. Rivoli di liquame tracimavano dalle fosse e scorrevano in canali di scolo improvvisati. Confusione, polvere, immondizie e senso generale di scoramento: questo era Atene quell’estate.

In breve un nuovo contendente si aggiunse alla guerra tra Ateniesi e Spartani: la peste. Così la ricorda Tucidide:

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ORRORE DELLA VITA ED ESTASI DELLA VITA. L’ORIZZONTE PERDUTO DI FEDERICO FARUFFINI.

Federico Faruffini, La Vergine al Nilo, 1865. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Federico Faruffini, La Vergine al Nilo, 1865. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Avveniva a Philae, sul sacro suolo di Aset, nel Nomo di Ta Khentit.

Le grida dei parenti erano improvvisamente cessate, quando due sacerdoti si erano avvicinati al corpo semisommerso nelle acque basse. La fanciulla era prona, non più scossa da sussulti, sospesa con dei legacci a una trave che le impediva di affondare. Ormai era pronta al grande viaggio che l’avrebbe portata dalle trasparenti braccia del Nilo a quelle perigliose della Duat. Era giovane e bella e vergine senza dubbio: il suo giovane cuore non poteva certo pesare più di una piuma di Maat.

I sacerdoti fecero un cenno e iniziarono i canti accompagnati dal pizzicare di corde sulle arpe. Sommessi ricominciarono i lamenti. Con studiata lentezza i due uomini ribaltarono la trave insieme al corpo che vi era fissato ed esposero il volto alla benedizione dei raggi di Ra. Sciolsero i legacci e sollevarono delicatamente il busto poggiandolo perpendicolarmente sulla trave. Lessero quindi la formula rituale scolpita sul legno dipinto color lapislazzuli e si allontanarono lasciando che la corrente portasse via la sposa del Nilo e le ghirlande di fiori.

Gli incaricati del visir fecero allora scendere gli scandagli di rame fino a toccare il fondo roccioso.

Il livello stava salendo ed era vicino al suo massimo annuale: avrebbero avuto un’altra benefica inondazione.

Ecco, potrebbe chiudersi così una possibile descrizione del rito sacrificale raffigurato ne “La Vergine al Nilo”.

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FUOCO, CAMMINA CON ME. BRUCIA ANCORA, DOPO 147 ANNI, LA “NUDA VERITÀ” DI COURBET.

Dipinto attribuito a Gustave Courbet

Dipinto attribuito a Gustave Courbet

Giovedì scorso il settimanale francese Paris Match ha annunciato la scoperta di un ritratto, acquistato presso un antiquario, che lo studioso Jean-Jacques Fernier ritiene sia stato dipinto da Gustave Courbet. Un ritratto femminile di quell’artista, per quanto ignoto agli storici dell’arte, non sarebbe ipso facto uno scoop sensazionale. Ciò che rende interessante la notizia è l’ipotesi dell’esperto, cioè che quel profilo femminile sarebbe parte integrante dell’opera più scandalosa dell’arte europea. Sì, proprio quella, avete capito bene, “L’origine du monde“.  Chi si aggira per il Museo d’Orsay non può fare a meno di notare un anomalo capannello di visitatori accalcato attorno a un particolare dipinto mentre le sale e i corridoi appaiono normalmente affollati. Risatine soffocate, commenti variamente goliardici (“Questo viso non mi è nuovo”), qualche espressione di disgusto. I venditori di cartoline -v’è da credergli- affermano che la vendita di riproduzioni in sedicesimo del “L’origine du monde” è superata solo dal “Ballo al Moulin de la Galette”. Non riproduco l’opera per evitare che questo articolo sia letto, casualmente, proprio da quel tipo di persone. Si accomodino pure altrove. Nel caso il lettore voglia documentarsi, perché non conosce il dipinto, può cliccare sul link al Museo d’Orsay.
La nuda veritas, come la concepiva Courbet, brucia ancora dopo 147 anni. Cerchiamo di capire perché. Continua a leggere

DOMENICHINO: L’INFELICITÀ DEL GENIO BEN COMPRESO.

Anonimo Ritratto di Domenico Zampieri 1639 – Accademia di San Luca

Lo chiamavano “il lento” o “il bue” per la taciturna lentezza e la modestia nell’esprimersi. Era virtuoso, ritirato, poco amabile con gli altri. Così timido e ingenuo da meritarsi il diminutivo del nome di battesimo. Il bolognese Domenico Zampieri aveva un carattere poco incline allo scontro cosicché quando il padre lo indirizzò verso lo studio delle lettere non si oppose, si limitò semplicemente a non dedicarvisi affatto. Fu solo quando il padre si avvide dell’assoluta inefficacia dei suoi studi che il Domenichino rivelò “d’esser chiamato con violenza dalla pittura“.

Fu allora allievo di un pittore manierista fiammingo, Dionigi Calvaert,  che a Bologna impartiva i rudimenti della pittura a ragazzi dotati come lui (in quel tempo erano suoi condiscepoli Guido Reni e Francesco Albani). Anche in quel caso, temendo la collera del maestro, non rivelò d’esser attratto dalle nuove idee dei Carracci: erano i fratelli Agostino e Annibale e il cugino Ludovico che avevano fondato a Bologna, da più di tre lustri, un’Accademia detta dei Desiderosi in dichiarata opposizione agli eccessi del Manierismo. Il maestro lo scoprì a copiare da alcune opere di Agostino Carracci e lo cacciò in malo modo. Se ne andò a vent’anni a Roma in cerca di fortuna con l’incarico di collaboratore di Annibale Carracci.  Continua a leggere

L’OCCHIO SENZA PALPEBRE DI DIANE ARBUS: MALEDIZIONE E BELLEZZA MEDUSEA DEL POPOLO DELL’AUTUNNO.

Diane Arbus mostra una delle sue foto più famose

Tra i numeri 228 e 232 della 42^ strada ovest, non lontano da  Times Square, esisteva un locale curioso, malamente illuminato, sordido, conosciuto col nome di Hubert’s Museum. Per 25 centesimi era possibile godersi una delle numerose attrazioni che i manifesti a colori sgargianti pubblicizzavano accanto al botteghino: v’era una donna chiamata Olga con una ipertricosi facciale abnorme e peli dalla lunghezza media  di 33 centimetri, Susy una donna dall’epidermide rugosa e spessa simile a un elefante, Zero il reduce della prima guerra mondiale con il volto sfigurato in modo orripilante, la Principessa Wago che danzava avvolta tra le spire di un pitone, Lady Estelline divoratrice di spade e altri fenomeni che sembravano partoriti dall’immaginazione di un Victor Hugo. Nel seminterrato, il sedicente prof. Heckler, azzimato come un vero docente universitario, intratteneva gli astanti con il circo delle pulci le cui evoluzioni potevano essere seguite attraverso una lente d’ingrandimento. Continua a leggere

TORNA A CASA WALLY! Un tribunale americano fa ricongiungere, iconicamente e a caro prezzo, l’austriaco Egon Schiele con l’amante Valerie.

Welz osservava famelico i preziosi dipinti che, come tessere di un mosaico, si affollavano sulle pareti di casa Bondi Jaray. Il suo aspetto innocuo – quello di un impiegato, di un commerciante o forse di un doganiere in borghese- non aveva ingannato né Lea Bondi né il marito quando, non annunciato, si era presentato alla porta del loro appartamento. L’untuoso, sfuggente, obliquo Welz li aveva seguiti in un’ampia sala senza lo scambio di alcuna formula di cortesia. Per soprammercato si era guardato attorno come l’impresario di una ditta di traslochi che prenda mentalmente nota  degli ingombri. “Voi sapete certamente -esordì senza preamboli- che tutte le gallerie d’arte sono state arianizzate.” L’attenzione di Welz, mentre parlava, si era fissata sul dipinto di una ragazza di appena diciassette anni, grandi occhi cilestrini e capelli rossi. L’aveva riconosciuto subito, si capisce, Welz era un appassionato d’arte e un indefettibile estimatore di Egon Schiele. Era il ritratto di Valerie Neuzil, detta Wally, modella e musa e del pittore.

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UN EROE IRLANDESE CONTRO GLI ORRORI DEL COLONIALISMO. Il fantasma di Sir Roger Casement bussa due volte: pubblicato dalla casa editrice fuorilinea “Il rapporto sul Congo” e da Einaudi “Il sogno del Celta”, romanzo del premio Nobel Vargas LLosa.

Ritratto del giovane Roger Casement

Roger Casement non faceva nulla per farsi notare. Anzi. Tutti lo ricordavano come un uomo schivo, che temeva perfino di essere fotografato. Eppure era difficile non accorgersi della sua presenza. Era alto, molto più della media, di portamento elegante, misurato nei gesti. Chi lo conosceva subiva la seduzione irresistibile della voce, calma e profonda, la passione con cui riferiva ciò che sapeva o che aveva visto in quasi vent’anni di peregrinazioni nel cuore nero dell’Africa. Era capace di tener vivo per ore l’interesse di chi lo ascoltava. Conrad, che lo aveva conosciuto in Congo nel 1890, raccontò di averlo incontrato anni dopo in un ristorante di Londra. In quell’occasione Casement aveva iniziato a narrargli alcuni dettagli raccapriccianti sui metodi criminali impiegati dai belgi nella raccolta forzosa del caucciù. Dal ristorante si erano quindi trasferiti allo Sports Club ove Casement, imperterrito, aveva proseguito il suo racconto fino alle tre del mattino. Ricordando forse proprio quella serata, Conrad scrisse: “Ve ne potrebbe dire di cose! Cose che ho cercato di dimenticare, cose che nemmeno sapevo! Ha trascorso in Africa tanti anni per quanti mesi ve ne ho passati io.”. Continua a leggere

QUEL MONUMENTO CHE NON È MAI STATO ERETTO.

Margaret Fuller, dagherrotipo di John Plumbe, 1846

Esistono i Mani, la morte non distrugge tutto. In questi giorni di festa per il 150° anniversario dell’unità, una pallida ombra si sottrae, a stento, all’oblio cui è stata consegnata ingiustamente. È quella di Margaret Fuller, americana di nascita e romana d’elezione. È una figlia che Roma non ha mai veramente adottato. Le ha dedicato, è vero, un viale ombroso nel perimetro di Villa Sciarra, ma pochi tra coloro che lo percorrono le rivolgono un pensiero riconoscente. Undici anni fa fu affissa una targa sulla facciata del palazzo di Piazza Barberini nel quale aveva abitato per due anni. Ben in alto sopra un bar , cosicché nessuno, da allora, se ne è mai accorto.  Il regista Luigi Magni le ha dedicato due brevi scene nel film “In nome del popolo sovrano“, qualche sito web e qualche associazione la ricordano, ma si tratta di sparute pattuglie di devoti che tentano di tenerne in vita il ricordo. Continua a leggere

LE DUE VITE DI JOSEPH BEUYS. Vita, morte e rinascita del più controverso artista tedesco.

Ritratto di Beuys con feltro e croce

Joseph Beuys possedeva il carisma dell’uomo di medicina (1)  e l’aspetto austero del pastore luterano. Era inoltre alto e scarno. Queste due qualità, sommate alle precedenti, gli conferivano un’aura speciale, quella di chi è sopravvissuto non ad un semplice disastro, ma ai rivolgimenti di un’intera generazione. Lo sguardo appariva smarrito e allucinato in curioso contrasto con la fermezza della voce. Continua a leggere