VIZI PRIVATI E PUBBLICHE VIRTU’. LE DUE MAJAS DI GOYA.

 Francisco Goya "La maja vestida", 1800 circa. Madrid, Prado.

 Francisco Goya “La maja vestida”, 1800 circa. Madrid, Prado.

Francisco Goya "La maja desnuda", 1800 circa. Madrid, Prado.

Francisco Goya “La maja desnuda”, 1800 circa. Madrid, Prado.

A quanto pare Manuel Godoy Álvarez de Faria Ríos Sánchez, onnipotente ministro di Carlo IV re di Spagna, odiato da tutti eccetto da coloro che non potevano permetterselo, si era fatto costruire nel suo gabinetto privato un dispositivo ingegnoso. Un ritratto di donna giacente, le braccia piegate sul cuscino e le mani unite dietro il capo, scorreva verticalmente in un recesso segreto e lasciava il posto a un ritratto analogo, medesima donna, ma senza indumento alcuno come una dea pagana. 

La donna sorride in entrambi casi al pittore, non un vero ammiccamento, sarebbe stato troppo volgare, piuttosto una amabile e quieta sicurezza di sè, una ilarità trattenuta e complice. Il pittore Francisco Goya, afflitto da deprimente sordità, dopo aver impartito le istruzioni necessarie alla modella, si suppone amante del ministro, deve essersi concentrato sulla sua opera limitando al minimo la conversazione. Ha certamente come riferimento la Venere d’Urbino e Gli Andrii di Tiziano nonché la Venere allo specchio di Velasquez. È consapevole dell’assoluta eccezionalità della commissione (si tratta per quel che ne sappiamo del primo nudo femminile non giustificabile da pretesti mitologici) e quindi decide di interpretare il tema in modo assolutamente nuovo: annulla ogni indizio ambientale,scompare persino la cortina che nei dipinti dei due maestri incornicia parzialmente il nudo, rivela in modo chiaro il soffice giaciglio sul quale è distesa la donna. La luce è diversa nei due dipinti: calda nella Maja vestida, più fredda nella Maja desnuda. Il ministro non godette a lungo delle gioie della “visione doppia” in quanto una rivolta popolare e Napoleone in persona lo costrinsero all’esilio nel 1808. Goya pagò caro l’aver dipinto l’amante di Godoy, Pepita Tudò: nel 1815 fu chiamato in giudizio dalla temibile Inquisizione che gli chiedeva se riconosceva come opere sue i due quadri, il motivo per cui li aveva dipinti, chi lo aveva incaricato, chi era il soggetto e per quale fine aveva prestato l’opera sua. Si salvò per la provvidenziale intercessione di un cardinale.

Associo a questo intervento due clips reperite su YouTube: la prima si riferisce al film “L’ultimo inquisitore” di Milos Forman, la seconda riguarda un’esecuzione di Andres Segovia di un’opera del compositore Granados ispirata a Goya.

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