AUTORITRATTO DI UN ARTISTA INQUIETO

Francesco Maria Mazzola, Autoritratto allo specchio, 1523-1524. Olio su tavola emisferica. Kunsthistorisches Museum, Vienna.

Delicato, efebico, il viso riverberante un pallore malaticcio: chi è questo giovane dallo sguardo malinconico che da 486 anni ci invita a entrare in un mondo speciale, quello degli specchi convessi, artefatti nei quali tutte le possibili geometrie subiscono impensabili cataclismi e l’invisibile si mostra all’osservatore come una trascurabile meraviglia? Si chiamava Francesco Mazzola, ma ai più è noto con il suo soprannome: Parmigianino. Quel soprannome ci rivela una delicatezza di costituzione e il luogo di nascita; l’autoritratto proietta verso l’osservatore, attraverso quella mano imponente e il sorriso appena accennato, la certezza mal dissimulata di chi ha appena scagliato un incantesimo. Ha poco più di vent’anni Francesco Mazzola quando concepisce l’idea di stupire Papa Clemente VII non con una semplice esibizione di talento, una Vergine, un San Gerolamo, un Cristo deposto, ma concentrando in un solo prezioso talismano soggetto e oggetto dell’arte.

Il Vasari riferisce che il Mazzola, colpito dallo specchio curvo di un barbiere, si era fatto tornire una sfera di legno che successivamente aveva diviso a metà. Sulla metà ottenuta aveva poi preso a dipingere ciò che uno specchio convesso rifletteva: la stanza spoglia, una finestra con i vetri piombati, se stesso. Era anche un po’ alchimista il giovane Mazzola se dobbiamo credere al Vasari:

Ma il cervello che aveva, a continovi ghiribizzi di strane fantasie lo tirava fuor de l’arte, potendo egli guadagnare quello oro che egli stesso avrebbe voluto, con quello che la natura nel dipingere e ‘l suo genio gli avevano insegnato. E volse con quello, che non potè mai imparare, perdere la spesa et il tempo e farsi danno alla propria vita. E questo fu ch’egli stillando cercava l’archimia dell’oro, e non si accorgeva lo stolto ch’aveva l’archimia del far le figure, le quali con pochi imbratamenti di colori, senza spesa, traggono de le borse altrui le centinaia degli scudi. […] In questo tempo si diede all’alchimia, e pensando in breve di arricchirne, tentava di congelare il mercurio.” E’ più probabile che l’autoritratto sia semplicemente il sintomo di un’inquietudine che colse gli artisti che operarono dopo Leonardo e Raffaello: un’inquietudine che tradiva una penosa estraneità verso le certezze del Brunelleschi, dell’Alberti e di Piero, verso cioè una Bellezza ideale che era innanzitutto misura, proporzione, armonia e simmetria. All’armonioso equilibrio tra le parti, allo spazio domato dalla ragione e ingabbiato nel reticolo della prospettiva centrale, il Mazzola oppose uno spazio concreto, ma irrazionale, con repentine variazioni di scala tra oggetti in realtà molto vicini. Uno spazio dell’anima, più che della ragione.

Affido la conclusione di questo intervento a John Ashbery, uno dei più grandi poeti americani viventi, il quale ha scritto, nel 1983, “Autoritratto in uno specchio convesso” (ottenne il Pulitzer Prize, il National Book Award e il National Book Critics Award).

Autoritratto in uno specchio convesso

Come lo fece Parmigianino, la mano destra

più grossa della testa, spinta verso l’osservatore

e graziosamente in rientranza, come a proteggere

ciò che mostra. Qualche lastra piombata, vecchie travi,

pelliccia, mussola arricciata, un anello di corallo concorrono

in un movimento che sorregge il viso che nuota

avanti e indietro come la mano

soltanto che è in riposo. E’ quel che

è sotto sequestro. Dice il Vasari:” Francesco un giorno

si mise a ritrarre se stesso, guardandosi

in uno specchio da’ barbieri di que’ convessi…

Fatta fare una palla di legno al tornio,

e quella divisa per farla mezza tonda,

e ridotta alla grandezza dello specchio, in quella

si mise con grande arte a contrafare tutto quello

che vedeva nello specchio.”

Principalmente la sua immagine riflessa, di cui il ritratto

è il riflesso asportato.

Lo specchio preferì riflettere solo ciò che egli vedeva,

cosa che era sufficiente al suo scopo: la sua immagine

invetriata, imbalsamata, proiettata a un angolo di 180°.

L’ora del giorno o la densità della luce

aderendo al suo viso lo mantiene

vivo e intatto in un’onda perennemente

in arrivo. L’anima prende posto.

John Ashbery (trad. Aldo Busi)

Maurits Escher, Mano con sfera riflettente, 1935.

  
 
 
 
 
 

 

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