DOROTHEA LANGE. IL MESTIERE DEL FOTOGRAFO NEGLI ANNI DEL FURORE.

L’odore della morte è qualcosa di scandalosamente intimo. Ma la macchina fotografica manca dell’olfatto. Senza mazzi di fiori, può ficcare il naso fin dove le permettono di andare, può interferire. Spesso dovevo voltarmi e darmi alla fuga, inseguito da insulti e sassate. Brigante! Assassino!, mi gridavano i parenti del defunto, come se io fossi responsabile della morte che piangevano. E c’era qualcosa di vero in quegli insulti. Il fotografo “spara”. Come un sicario fermo davanti alla porta del giardino del Primo ministro, come un assassino nell’atrio di un albergo, deve riprendere un’immagine chiara, deve cercare di non sbagliare il colpo. Ha un bersaglio e nel mirino c’è una croce di collimazione. Vuole la luce dei suoi soggetti, toglie loro la luce e anche il buio, cioè la vita.

Salman Rushdie, La terra sotto i suoi piedi.

Vi sono immagini destinate a durare. Lo si intuisce subito, già dalla loro prima apparizione. Istanti fatali che sopravvivono a chi li ha estratti dalla vita quotidiana di individui senza nome o dal fuoco di eventi storici.  Quelle immagini sono le coordinate polari di una superficie immensa, desolata, irta di rovine che con un  pudore ipocrita chiamiamo “storia del XX secolo”. Un cormorano dall’occhio fiammeggiante rimane imprigionato in un’orrida palude di bitume durante la prima guerra del Golfo.  Un miliziano appena emerso dalla trincea cade colpito dal fuoco nemico durante la guerra civile spagnola. Soldati americani si stringono e si affannano attorno alla bandiera che intendono infiggere nella roccia della appena conquistata Iwo Jima. Una madre di 11 bambini si consuma nell’attesa di un’impossibile redenzione nel miserabile campo di Nipomo in California nel 1936. Chi era quella donna e chi le rubò lo sguardo e il destino per consegnarcelo intatto ogni volta che per caso o con ragione ci imbattiamo negli anni terribili della “Grande depressione”? La donna della foto, Florence Thompson, aveva solo 32 anni .  Condivideva la sorte di centinaia di migliaia di modesti agricoltori provenienti dall’Oklahoma e dalle grandi pianure del Midwest rovinati dalla recessione seguita al crollo del 1929. I debiti accumulati e l’impossibilità di ottenere crediti,la desertificazione dei terreni frutto delle disastrose tecniche agricole dell’epoca(1), produssero una migrazione di portata biblica verso Ovest. La terra promessa era la California, paradiso ricco e fertile, punteggiato di vigneti, aranceti e orti. Quando vi giungevano venivano alloggiati in campi di fortuna e assoldati con paghe miserabili da caporali feroci, senza scrupoli, fiancheggiati da polizie private e dalle autorità locali. Per almeno un decennio umili e operosi cittadini americani furono privati dei loro diritti e trasformati in migranti, persone cioè di cui oggi si occuperebbe l’Alto Comitato per i Rifugiati dell’ONU. Se ne ricordino coloro che oggi con altezzosa disinvoltura definiscono “respingimento” la porta sbattuta in faccia a chi fugge dalla guerra, l’oppressione e le carestie, quasi si trattasse di posta il cui mittente risulti irreperibile. Di irreperibile, nel respingimento, v’è solo il senso di umanità.  Torniamo alla foto. Fu una donna di grande talento, Dorothea Lange, a cogliere lo sguardo di Florence Thompson e restituire i contorni di un dramma epocale. Fotografa professionista, la Lange era stata assunta dalla Farm Security Administration. La F.S.A era un’agenzia governativa che si proponeva di documentare le sofferenze dei senzatetto e senza lavoro. La fotografa assolse il suo incarico dimostrando una grande sensibilità, umana e professionale. Nel caso della “Migrant mother” decise di riprendere solo tre degli undici figli per evitare che il nucleo familiare apparisse indigente più per irresponsabilità personale che per ragioni economiche e sociali. Prese quindi un’ulteriore decisione che si rivelerà di fondamentale importanza per il successo della foto: chiese ai due bimbi di voltarsi per far convergere tutta l’attenzione sulla madre che, tra l’altro, sembra ignorare la fotografa e concentrarsi su qualcosa di inafferrabile. Quei visi si negano non solo al nostro occhio, ma, metaforicamente, al futuro.

(1) I solchi tracciati dagli aratri erano troppo profondi cosicché i venti spazzavano le pianure asportando irreparabilmente l’humus.

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1 commento

  1. grande foto, grande film.. grazie Mario.
    Andrea


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