“QUESTI SOGNI CHE HO VISTO.” LE VISIONI DI VAN GOGH RACCONTATE DA AURIER E KUROSAWA.

 

Sotto cieli ora incisi nell’abbagliamento degli zaffiri o delle turchesi, ora intrisi di non so quali zolfi infernali, caldi, deleteri e accecanti; sotto cieli simili a delle colate di metalli e di cristalli in fusione; ove a volte si mostrano risplendenti degli infuocati dischi solari, sotto l’incessante fantastico avvicendarsi di tutte le possibili luci; in atmosfere afose, fiammeggianti, cocenti, che sembrano esalare da fantastiche fucine dove si dissolvono ori, diamanti e meravigliose gemme. E’ lo sfoggio inquietante, perturbatore, di una stravagante natura, nell’insieme veramemte vera e quasi soprannaturale, di una natura spinta agli eccessi ove tutto si impone, si drizza, esseri e cose, ombre e luci, forme e colori, in una volontà ostinata di urlare il suo canto essenziale, col timbro più forte e più selvaggiamente acuto…”.

Così scriveva il critico Albert Aurier di Vincent van Gogh, sul Mercure de France, nel gennaio del 1890. Pochi mesi dopo, il 27 luglio 1890, l’artista si sparò un colpo in petto nei pressi di Auvers-sur-Oise. Ritrovato in un campo, morì due giorni dopo. Nel 1990, a un secolo dalla morte di van Gogh, il regista Akira Kurosawa diresse un film, “Konne yume wo mita- Questi sogni che ho visto (Sogni nell’edizione italiana)”, composto di otto episodi tutti collegati da un personaggio-io. Il quinto, intitolato “Corvi”, era interpretato da Akira Tarao e Martin Scorsese. Alcuni dipinti di van Gogh si trasformavano in scenari all’interno dei quali si aggirava, come in un sogno, l’attore giapponese. A Scorsese fu affidato il non facile compito di impersonare van Gogh. Può il mezzo filmico trasformare in visioni la natura stravagante e spinta agli eccessi di un grande artista come van Gogh? E’ in grado di competere con la prosa debordante, immaginifica ed empatica di un Aurier? Forse si.

 

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