SE LE VOSTRE FOTO NON SONO BUONE È PERCHÉ NON SIETE ANDATI ABBASTANZA VICINI AL SOGGETTO.

Due scatti realizzati sul più insidioso dei fronti di guerra. Non lasciatevi incantare dalla bella giornata, dall’atteggiamento tranquillo, quasi rilassato dei soldati. State guardando con gli occhi di un fotoreporter di guerra. Il più famoso e il più temerario. Bob Capa si volta verso il plotone dal quale si è allontanato per seguire il suo istinto. Si è mosso a scatti, ora in una direzione ora nell’altra. Un soldato lo saluta tenendo alto il fucile. O forse no, gli sta urlando qualcosa in francese, che deve aver udito a stento. L’otturatore della Leica 3 scatta velocemente. Click. Il vento scuote lievemente le foglie e le pannocchie di riso. Poi qualcosa l’attira verso un recinto di filo spinato. Vede un movimento nei pressi di una casa lontana. I suoi scarponi fanno scricchiolare gli sterpi che crescono folti intorno un cartello pencolante. Cinque parole e una freccia: DUONG DI – ROUTE – Thai.Binh. Click. Un altro passo. Poi più nulla.
Il 25 maggio 1954, durante la prima guerra indocinese, muore così Endre Friedmann meglio noto come Robert Capa, occhio e coscienza di un mondo sempre sull’orlo del baratro. Poggia un piede su una mina in una località qualsiasi, in uno di quei lontani teatri di guerra dove migliaia di persone vengono inghiottite in un nulla senza nome, senza memoria nè rimpianti. A meno che qualcuno non rischi la propria vita per documentare l’incubo ripetitivo e banale dei combattimenti o le orrende stragi di civili. Le due foto sono le ultime che scatta. L’esplosione scaraventa lontano l’apparecchio fotografico. Il rullino, un vero miracolo, viene recuperato. Almeno in questo il destino si mostra clemente: l’ha risparmiato è vero in Spagna durante la guerra civile, nella guerra cino-giapponese, durante lo sbarco in Normandia, in Palestina; in Indocina gli presenta il conto ma allo stesso tempo gli concede la chance che ogni fotografo di razza vorrebbe avere: che almeno sopravvivano le immagini.
Capa amava ripetere “Se le vostre foto non sono buone è perchè non siete andati abbastanza vicini al soggetto. Amate la gente e fateglielo capire.” Capa sapeva che per documentare l’orrore, bisogna fiutarlo, lasciare che ferisca gli occhi. Raccontare i drammi delle persone comuni significa dare volto e respiro a coloro che nulla possono contro l’industria della morte . Odiava la guerra che era il principale oggetto del suo lavoro, ma svolgeva la sua missione con dedizione, scrupolo e imbarazzante sprezzo del pericolo. Era così vicino ai suoi soggetti (civili inermi o militari non importa) da condividerne la grama esistenza. Sperava un giorno di poter scrivere sul suo biglietto da visita “Fotografo di guerra disoccupato“.  L’epitaffio, il più bello, lo scrive l’amico Steinbeck: Capa sapeva che cosa cercare e che cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può fotografare la guerra perché la guerra è soprattutto un’emozione. Ma lui ha fotografato quell’emozione scattando accanto a lei. La sua macchina fotografica coglieva l’emozione e la tratteneva. Le sue foto non sono incidenti. L’emozione che contengono non arriva per caso. Capa era in grado di fotografare il movimento, l’allegria e lo sconforto. Era in grado di fotografare il pensiero. L’opera di Capa è in se stessa la fotografia di un grande cuore e di un’empatia irresistibile.”  Intervista audio a Robert Capa pubblicata da Repubblica

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1 commento

  1. ecco, capa mancava..
    ottime modifiche!


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