PERCHÈ NON BISOGNA CREDERE ALLA CALUNNIA. ATTUALITÀ DI UN DIPINTO DEL BOTTICELLI.

Sandro Botticelli, La calunnia di Apelle, 1490-1495. Tempera su tavola, 62X91cm. Firenze, Galleria degli Uffizi.

Una donna bella, ma che “par nel viso troppo astuta“, trascina per i capelli un giovane con le mani giunte. Questi prega, si dispera, chiama a testimoni gli dei, ma nessuno lo ascolta. Recita, insomma, una sorta di inutile mantra. Due donne adornano e coprono l’implacabile femmina, mentre un individuo dall’apparenza ripugnante, la conduce per mano al cospetto di un re imbesuito dalle chiacchiere e i bisbigli di due velenosi consigliori. In disparte una figura paludata a lutto si volta, piangendo, verso una dea diafana, adorna solo del suo crine che indica mesta il cielo. Tra il 1490 il 1495 Sandro Botticelli, seguendo alla lettera l’invito dell’Alberti di prender spunto dalle istorie narrate dagli antichi, ricostruisce un dipinto perduto del grande pittore Apelle. Del quadro, intitolato “La calunnia”, non rimane che la descrizione fatta da Luciano di Samosata, uno scrittore del II secolo dopo Cristo. Luciano afferma di aver visto personalmente l’opera e di essere stato aiutato da una guida nella comprensione del soggetto. La presenta come un’allegoria ispirata a un fatto realmente accaduto ad Apelle: l’accusa falsa di aver ordito un complotto a Tiro contro il re Tolomeo e la sua tardiva e fortunosa riabilitazione. 

Avendo come unico riferimento Luciano, Botticelli trasforma l’antichissima ekphrasis(descrizione) in una sorta di drammatica messa in scena che si svolge in uno spazio di impianto classico seppur fantasiosamente complicato. La sala in cui tutto si compie, delazione-condanna-pentimento-ristabilimento della verità, sembra attraversata da una corrente sferzante che agita persino i rilievi sullo sfondo. Una sorta di furore o di indignazione o di divorante curiosità impedisce alle statue nelle nicchie di restar ferme e anzi, come appare chiaro da quelle situate di scorcio nei fornici degli archi, si mostrano decisamente in aggetto rispetto alla superficie delle pareti. Il prezioso linearismo della Primavera e della Nascita di Venere si ingarbuglia in forme concitate e nervose. Se si considerano gli eventi degli anni immediatamente successivi al dipinto non possiamo non ricoscere alla Calunnia una potente aura profetica. Basti ricordare la scomunica del Savonarola e la sua condanna nel 1498, con false accuse, per eresia: il terribile frate, del quale i fiorentini si liberarono con un sospiro di sollievo dopo averne seguito le furenti prediche e aderito ai suoi “falò delle vanità”, è stato recentemente riabilitato e la sua causa di beatificazione avviata nel 1997.

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