L’AFFAIRE MONNA LISA. UN FILO INDIRETTO, POCO NOTO E IMBARAZZANTE, UNISCE IL CAPOLAVORO DELL’ARTE RINASCIMENTALE ALLE DEMOISELLES DI PICASSO.

Leonardo, Monna Lisa, 1503-1506 e 1513-1515. Olio su tela, 77x53cm. Parigi, Louvre.

La notte del 20 agosto 1911 un ignoto trafugò la Monna Lisa di Leonardo da Vinci dal Salon Carré del Louvre. La polizia ostentò inizialmente un atteggiamento di calma fiduciosa che, alla luce degli eventi successivi, sarebbe apparsa degna di miglior occasione. Il prefetto Louis Lepine si disse sicuro che sarebbe stato richiesto un riscatto entro le 48 ore. Usando un’espressione un po’ consunta “la polizia brancolava nel buio” e come si dimostrò di lì a poco, nessuna richiesta di riscatto fu fatta pervenire da colui o coloro che detenevano la tela di Leonardo. Trascorsero nove giorni in cui la stampa e i francesi si dedicarono, con uno slancio non privo di fantasia e di fervore patriottico, all’ozioso esercizio di individuare i possibili mandanti. Investigatori dilettanti e chiaroveggenti furono prodighi di consigli. Molti sciamarono direttamente nelle sale del Louvre al solo scopo di osservare lo spazio malinconicamente vuoto dove un tempo era stato appeso il dipinto. Nonostante tutto la Gioconda continuava ad esercitare il suo fascino magnetico.

La mattina del 29 agosto si presentò un individuo dall’aspetto curiosamente ricercato nella redazione del Paris Journal. Raccontò, in cambio di 250 franchi, una storia che aveva dell’incredibile. Affermò di essersi recato al Louvre e di aver sottratto, in più occasioni, delle statuette lì esposte provenienti da siti iberici dell’età del bronzo. Come prova esibì la sua ultima acquisizione, una testina in pietra. Questa confessione prezzolata, di fatto un’ammissione sprezzante e irridente delle conseguenze, fu sul punto di travolgere le vite di due tra i più importanti personaggi della vita artistica parigina: Pablo Picasso e Guillaume Apollinaire. Il reo confesso si chiamava Honoré Joseph Géry Pieret, era belga, ed era stato segretario del poeta Apollinaire noto mentore dei cubisti e sponsor dei futuristi italiani. Pieret aveva venduto negli anni precedenti a Pablo Picasso, per 50 franchi, due statuette . Picasso le aveva “acquisite” nel periodo in cui, dopo un’estenuante esplorazione di modelli “alti” alla ricerca di una via nuova, era stato sedotto dall’arte africana e dalle forme arcaiche e primitive. L’approdo di quella ricerca era stato, dopo una serie di transizioni, una tela intitolata “Bordel philosophique” in seguito denominata pudicamente “Les demoiselles d’Avignon”.

Pablo Picasso, Les demoiselles d'Avignon, 1907. Olio su tela, 245x235 cm. New York, MoMA.

Esempio di arte iberica

Le due figure femminili centrali, stanti, con i grandi occhi spalancati che interpellano con lo sguardo l’osservatore, sono in relazione diretta con l’arte iberica e, forse, con quelle due statuette incautamente acquistate. In men che non si dica Picasso e Apollinaire si trovarono in un ginepraio, un vero bordel legale, con ben poco su cui filosofeggiare. Prepararono un piano che prevedeva di inserire le due statuette (recanti la compromettente stampigliatura “Proprietà del Louvre”) in una valigia da gettare nella Senna nottetempo. Fortunatamente optarono per una soluzione meno radicale: consegnarono il maltolto alla redazione del Paris Journal. La polizia collegò, ovviamente, il furto delle statuette a quello della Gioconda col risultato che Apollinaire fu arrestato e trattenuto mentre Picasso fu rilasciato dopo un umiliante interrogatorio.

Il vero autore del furto, un imbianchino italiano di nome Vincenzo Peruggia, riuscì a trasferire la refurtiva in Italia custodendola, sotto il letto, per ben due anni. Processato nel 1913 ottenne una mite condanna sulla base di una sua pretesa intenzione di “risarcire” il patrimonio artistico italiano.

Foto segnaletica dell'autore del furto. La data 1909 dimostra che era già noto alle forze di polizia da ben due anni.

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