QUEL LAMPO CHE FLUTTUA NELLE IMMAGINI PERTURBANTI. CENSURA E AUTOCENSURA NELL’ARTE.

L’articolo apparso ieri su Ilsole24ore dal titolo “Emmanuelle Riva: Hiroshima mon amour l’irrappresentabile cinquant’anni dopo” mi sembra un buon incipit per riflettere sui limiti dell’espressione anche nelle arti grafiche. L’ormai anziana Emmanuelle Riva intervistata sull’attualità del film di Resnais e sull’esistenza di una censura o di un’autocensura nel cinema così risponde: “E allora mi chiedo a mia volta: qual è il confine tra certe foto di cronaca, talmente belle e forti, da rasentare l’arte, e l’arte stessa? Io credo che l’arte debba mantenere una certa elevatezza di intenti. Oggi mi chiedo se esista ancora una vera e propria censura nel mondo occidentale, in cui tutto appare così libero.”. Esistono allora questi limiti? Un limite morale tale da richiedere una censura e/o uno di natura formale che comporta un’autocensura di fronte all’inesprimibile? Il pensiero corre subito alla famosa serie di Andy Warhol “Death and disaster” con la quale il trauma di immagini scioccanti (incidenti stradali, sedia elettrica, il cane-poliziotto che aggredisce un manifestante di colore) si coniuga con la ripetizione. L’incubo della morte anestetizzato dai media attraverso l’iterazione seriale fino allo svuotamento di contenuto e all’indifferenza, è proprio l’elemento centrale della serie di Warhol. L’osservatore è chiamato prima alla scoperta della morte, poi a difendersi dal trauma visivo e infine a fare i conti con la crudele moltiplicazione che ne nullifica la portata trasformando l’immagine in pura superficie.

Deattaglio da Andy Warhol, "White burnin car twice", serigrafia su tela.

Una delle immagini più disturbanti di Warhol è “White burning car twice” del 1963. La foto originale fu scattata dal fotografo John Whitehead e pubblicata sulla rivista Newsweek il 3 giugno 1963. L’immagine era stata inserita in modo apparentemente casuale in un articolo sull’integrazione razziale. La didascalia della foto era: “Fine dell’inseguimento: inseguito da un poliziotto che stava investigando su un incidente stradale provocato da un pirata della strada, il commerciante di pesce J. Hubbard ha percorso a folle velocità (60 mph) una strada di Seattle, si è cappottato ed ha infine urtato contro un palo. L’impatto ha scaraventato l’uomo fuori dall’abitacolo, poriettandolo sui ferri di salita del palo. L’uomo è deceduto 35 minuti dopo in ospedale.”.

Ciò che più ferisce, non appena l’occhio ha vagato nell’immagine e nella mente si è formata un’idea chiara dell’evento, è l’indifferenza del passante nonostante la sua apparente vicinanza con la vittima. Questa sensazione acuta e toccante venne definita da Roland Barthes “punctum”: “É quello che aggiungo nella foto e che tuttavia è già nella foto, [….] è acuto e soffocato, grida nel silenzio. Bizzarra contraddizione: esso è un lampo che fluttua.”.

 Le immagini di Warhol appaiono, più che la rivendicazione di una libertà totale dell’arte, una reazione alla apparente libertà della civiltà occidentale in cui tutto può essere visto, stampato e riprodotto, ma che di fatto censura la morte individuale o collettiva, lenta o istantanea, annegandola in un’infinita assenza di significato.

Sull’argomento si veda l’articolo “L’occhio senza palpebre di Diane Arbus: maledizione e bellezza medusea del popolo dell’autunno.”

Link dell’articolo de IlSole24ore emmanuelle-riva-hiroshim-mon-amour.shtml?uuid=431a26be-d2ba-11de-8f9f-35464fef2c65&DocRulesView=Libero

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