L’ISOLA CHE NON C’È. CONTRO LA VOLGARIZZAZIONE KITSCH DELL’OPERA DI BÖCKLIN.

È probabile che lo svizzero Böcklin, alla lunga, fosse pentito di ciò che aveva fatto. Non attribuì il titolo alla tavola come sarebbe stato lecito attendersi, si rifiutò di dare spiegazioni o fornire indizi sul soggetto. Il fatto è che aveva deciso di trattenere per sé quell’opera commissionata da Alexander Günther, perché per sé solo, in fondo, l’aveva dipinta.   

Arnold Böcklin, L'isola dei morti (terza versione), 1886. Alte Nationalgalerie, Berlino

Voleva sanare il dolore della sua ultima perdita, una figlia di sette mesi. La piccola fu l’ultima a essere interrata nel 1877 nel Cimitero degli Inglesi di Firenze. Disse solo che era “un’immagine onirica: essa deve produrre un tale silenzio che il bussare alla porta dovrebbe fare paura“. Appunto, doveva produrre silenzio. Si fosse solo fermato a quella prima tavola. Invece no, aveva ceduto alle pressioni della contessa Marie Berna, vedova inconsolabile, che ne voleva una copia. Dopo la seconda versione, fece la terza, la quarta e la quinta. Poi fece di peggio. Poiché ormai tutti si ricordavano di lui come autore dell’isola dei morti”, dipinse “L’isola dei vivi”, opera indegna del suo talento di visionario simbolista, suscettibile, al massimo, di figurare sull’involto di una saponetta profumata. 

Arnold Böcklin, L'isola dei vivi, 1888

Ma come, si dirà, l’artista che si era autoritratto mentre riceveva suggerimenti dalla più fatale delle muse, assorto e non certo spaurito, cedette alle lusinghe e alla vanitas del successo? Non trovò nulla di più congruo di un riflesso zuccheroso di un’opera così sofferta, densa di allusioni e corrispondenze? 

Arnold Böcklin, Autoritratto con la morte che suona il violino, 1872. Berlino, Museumsinsel.

È altrettanto probabile che la sua anima sia ora rosa dai tormenti se, dal luogo in cui è prigioniera, può assistere alla banalizzazione seriale e al vaniloquio inverecondo che “L’isola dei morti” ha fin qui prodotto. Basta digitare “L’isola dei morti” nella pagina di ricerca di Google che istantaneamente siamo bersagliati da migliaia di documenti, pagine, blog, video, che cercano di capitalizzare “il sintomatico mistero” o “l’atmosfera ipnotica” che gravano sulla scena. Non mancano cartoni animati, animazioni 3D e videogiochi. Accenno per solo dovere di cronaca allo scempio che se ne è fatto al cinema (per l’ultimo, The Piano tuner of Earthquakes, posso dire che è inguardabile già il trailer). Si tratta, è chiaro, di volgarizzazioni kitsch, paragonabili alle torri di Pisa in resina similpietra venduta dagli ambulanti ai turisti. È kitsch trasformare un’opera d’arte in un prodotto esteticamente inautentico anche se, formalmente, mantiene alcune relazioni di similarità (vale per i videogiochi, le animazioni, la trasformazione in set cinematografico). Per l’abuso interpretativo che in alcuni casi rasenta lo sviamento delirante (qualcuno ha individuato nell’isola la leggendaria Avalon nella quale sarebbe sepolto re Artù) valgono le osservazioni condotte nel 1939 dal critico d’arte Clement Greenburg: in ogni società esiste una “retroguardia” che premia e glorifica le opere di più immediata comprensibilità e facile presa sul pubblico. In superficie, “L’isola dei morti” seduce perché può esere compresa da tutti, anche da un bambino. Fa leva sul più vieto romanticismo e su quella libido di morte che tanto titilla i piccolo-borghesi. Non può meravigliare che un simile dipinto sia piaciuto a Hitler che ne aveva fatto una vera ossessione al punto di acquistarne la terza versione. Se si guarda attentamente una delle foto scattate in occasione della firma dello scellerato patto di non aggressione tra von Ribbentrop e Molotov si noterà appunto sotto quali pessimi auspici si era svolto l’evento.   

23 agosto 1939, firma del patto di non aggressione tra Terzo Reich e U.R.S.S. . Sono visibili da sinistra Molotov, di spalle von Ribbentrop, Hitler. Sulla parete è appesa "L'isola dei morti".

Per non parlare dello scotoma che sembra affliggere molti di coloro che si cimentano nella descrizione delle cinque versioni dell’opera. Si può accettare che l’isola riproduca il Cimitero fiorentino degli Inglesi per il solo fatto che nei suoi pressi era lo studio del pittore e che colà fu sepolta la figlia? Il piccolo cimitero fiorentino è su una montagnola ed è di forma oblunga, l’isola appare una sorta di falesia circolare concava alta almeno trenta metri. Lascio giudicare da una semplice foto satellitare. 

 

L’artista mescolò il magma di immagini che risalivano alla sua memoria in un’opera potente e suggestiva. Quella è un’isola che non c’è, si trova su uno specchio d’acqua immota, forse il fiume Acheronte non certo un mare, è un luogo sospeso dove non ominis moriar come è scritto sulla tomba dell’artista a San Domenico di Fiesole. Ed è fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni. 

 

Annunci

Lascia un commento

Non c'è ancora nessun commento.

Comments RSS TrackBack Identifier URI

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...