IL CICLO “THE BRIAR ROSE” DI EDWARD BURNE-JONES

Un mondo sospeso e apparentemente impenetrabile è in attesa di essere riportato in vita. Sarà un giovane principe, narra l’antica profezia, a rompere l’incantesimo e ad aprirsi un varco tra le spire di rosa selvatica. Perfino la luce fatica a farsi strada in quell’atmosfera densa che incorpora come cristallo di rocca ogni cosa, uomini, armi e suppellettili. Dinanzi al principe non si parano uomini fiaccati da un’attesa secolare o megere decrepite: cavalieri, damigelle, paggi e scudieri, sono giovani quanto chi rompe l’incantesimo perché sottratti da un sonno soprannaturale all’ineluttabile declino degli esseri umani.

Edward Burne-Jones, I cavalieri addormentati, 1870. Liverpool, Walker Art Gallery

Nel “Il principe entra nel bosco” i corpi dei cavalieri giacciono al suolo e si intrecciano a formare un complicato groviglio ondulatorio accompagnato dal ritmo di tralci spinosi, intreccio fitto ed eleborato come quei motivi che impreziosiscono le pagine di un codice antico. Gli scudi penzolano dai rovi sorta di fiori giganteschi e mostruosi.

Edward Burne-Jones, Il principe entra nel bosco, 1870-1873. Mueso de Ponce Puerto Rico

Nel “Il re e la corte” tutti sembrano essersi addormentati da poco e pare che basti un nonnulla per risvegliarli. Le rose sono unite a formare delicate ghirlande: una preziosa consolazione contro il tetro diaframma vegetale che separa i dormienti dal resto del mondo.

Edward Burne-Jones, Il re e la corte, 1870-1873. Puerto Rico Museo de Arte de Ponce

Ispirato ai “Contes du temps passé” di Perrault e al poema “Day dream” di Tennyson, la serie di dipinti eseguita da Edward Coley Burne-Jones intitolata “The Briar Rose”, nasce in modo autonomo, ma viene adattata a fregio unitario per un salone del castello di Buscot Park a Faringdon, Berkshire.

Salone del castello di Buscot Park, Berkshire

Burne-Jones scrive a proposito della seconda serie: “Ho voluto fermarmi al punto della storia nella quale la principessa cade addormentata e non dire di più, per lasciare spazio all’invenzione e all’immaginazione della gente e non dire più nulla.” La narrazione, dunque, non include il risveglio della bella principessa.

Edward Burne-Jones, La bella addormentata, 1872. Dublino, Municipal Gallery of Modern Art.

K. Powell in “Burne-Jones and the legend of the briar rose” interpreta la figura del principe in chiave simbolica: sarebbe un’allusione a un possibile risveglio sociale di tipo millenaristico per opera di un salvatore che rischiara il mondo dalle tenebre. I cavalieri dormienti sono coloro che sono stati vinti in una lotta impari.

William Holman Hunt, La luce del mondo

Lo straniamento dell’artista nei confronti di una realtà intollerabile, ma anche la ricerca di una bellezza fuori del tempo, sempre inseguita e mai veramente posseduta, sono i segni di un’arte chiusa in se stessa. Burne-Jones non ha la sensibilità sociale di William Morris, suo sodale, e nemmeno la sua esuberanza. Le figure sono raggelate in una celeste eleganza nell’aspetto e nel contegno; sono per di più afflitte da angelica incertezza di genere in quanto tutte appartenenti a un mondo perduto e perfetto. Nel 1886 il famoso scrittore Henry James nota in una lettera che le opere di Burne-Jones sono il frutto di “un’esistenza trascorsa tra le pareti dello studio, con le porte e le finestre accuratamente sigillate; un’esistenza condotta in assenza di aria e luce e mai percorsa dal desiderio di esse, dalla ricerca di un confronto col mondo esterno. Le opere che crea in queste condizioni sono di una bellezza al di là della misura, sotto il mio sguardo esse sembrano divenire sempre più fredde, pure astrazioni dipinte che tendono a svanire.” (da P. Lubbock “Letters of Henry James”, 1920). Burne-Jones è confratello dell’ultima ora di una stravagante compagine di artisti che si  autoproclama Preraffaellita, ma è devoto a Michelangelo e a Signorelli nonostante i doveri che l’appartenenza alla contraternita impongono. È anche per questo croce e delizia di un Ruskin che non riesce a espungere quelli che considera gli errori di un talento caparbio e insofferente ai rigori dello stile.  Dice l’artista delle sue opere: “Non pretendo che questo sia qualcosa in pittura diverso dall’immagine… Voglio solo creare una cosa bella che rimanga tale anche quando non sarò altro che uno spetttro, e che susciti piacere in coloro che la osservano.”

Aggiungo una clip da Youtube nella quale Sean Rainbird, Direttore della Staatsgalerie di Stuttgart, legge i versi scritti da William Morris a commento-descrizione dei soggetti della seconda serie del ciclo “The briar rose”.

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