RIBELLE E MALEDETTO, CARAVAGGIO MISE IN SCENA IL MONDO SENZA VOLTO NÉ STORIA DEI DISEREDATI. I DUE SAN MATTEO E IL CONFLITTO TRA DECENZA E VERITÀ.

Nell’anno di grazia 1592 un giovanotto trasandato, dai modi bruschi e arroganti, l’accento milanese mescolato alle dure sonorità del bergamasco, s’aggirava per Roma in cerca di fortuna. Girava con rotoli di tela dipinta, uno specimen portatile del suo talento ancora acerbo a causa del quale era gonfio di ogni possibile ambizione. Bruciava di un fuoco inesplicabile, una sorta di mescolanza esplosiva in cui si combinavano pericolosamente consapevolezza dei propri mezzi ai limiti del narcisismo, disprezzo per i mediocri, voglia di misurarsi con i più grandi artisti del secolo, odio per i prepotenti e le ingiustizie, tenerezza verso i diseredati. Le sue ambizioni non erano malriposte. Un genio potente e infaticabile gli suggeriva, in barba alle tradizioni e a ogni considerazione di opportunità, di mostrare che la luce di dio non si sprigiona in luoghi di metafisica inconsistenza ma nei recessi più luridi delle città e che il senso del sacro appartiene ai poveri e solo a loro è dato di assistere, tra le dure pene della grama vita che conducono, al miracolo di Dio che si rivela, chiama, giudica e premia. Il temperamento incostante e facilmente portato all’eccesso o all’azione d’impeto, gli fece guadagnare una poco invidiabile ma meritata fama che, non fosse stato per le altissime protezioni di cui godeva, lo avrebbe in breve condotto al patibolo o al carcere duro. Si accompagnava a una pattuglia di ribaldi suoi pari, tutti artisti molto dotati tranne un libraio e un sarto, che gli tenevano bordone nelle scorrerie giornaliere, canzonature in rima declamate ovunque ci fosse qualcuno disposte a udirle, spacconate, risse, avventure erotiche, sonore bevute. I tempi erano quelli in cui il manierismo si spegneva d’agonia lenta e inarrestabile e il desiderio di un ritorno al vero si faceva strada. Quel giovane, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, aveva assorbito in profondità l’insegnamento di Federico Borromeo e meditato l’esperienza pauperistica della chiesa filippina: da queste premesse eleborò una maniera nuova , rivoluzionaria, in cui l’esibizione dei dettagli più realistici, drammatici e impressionanti si coniugava all’ideazione di spazi e contesti manipolati in chiave teatrale a cominciare dall’illuminazione efficacissima, ma irreale delle figure.

San Matteo e l’angelo, 1602, seconda versione. Cappella Contarelli

Tra il 1599 e il 1602 Caravaggio dipinse le storie di San Matteo per la Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi. Si trattava di una Vocazione di San Matteo, un San Matteo e l’Angelo e il Martirio di San Matteo. In tutti e tre i casi la figura di San Matteo appariva molto distante dall’iconografia tradizionale, cioè quella di un apostolo tra i più amati ed autore di uno dei Vangeli più letti e citati in liturgia. Incurante di ogni possibile conseguenza Caravaggio trasferì l’imponente figura da un piano meramente agiografico a quello di una persona comune e con scarsi mezzi, con tutte le caratteristiche non solo fisiche del povero contadino, ma anche psicologiche e intellettive. Se si osserva San Matteo e l’Angelo, subito rifiutato dai committenti indignati per tanta blasfema insipienza, si notano particolari che, se da un lato operano un’attualizzazione drammatica e credibile dell’ evangelista, dall’altra fanno sospettare un’ironia strisciante e corrosiva. San Matteo appare come un anziano un po’ annebbiato, in grave difficoltà nell’assolvere il suo compito, impacciato con il libro e incapace quasi di scrivere “quelle letterone ebraiche”. Fissa il libro e ascolta a stento ciò che gli viene detto. Due piedi sgraziati da contadino sono bene in vista sul lato basso del dipinto. L’angelo ha il suo da fare ad indirizzare il poveruomo e, così come farebbe un nipotino che pazientemente guida il nonno in difficoltà di fronte a una necessità troppo grande, gli guida la mano lettera per lettera. Nel mondo di Caravaggio il soprannaturale si rivela in forme concrete: l’angelo, diversamente dall’immaginario del tempo, è infatti un fanciullo in carne ed ossa e con i piedi ben poggiati per terra. In breve Caravaggio fu costretto a dipingere una nuova versione nella quale emendava diligentemente i dettagli controversi: San Matteo era persona reattiva e  ascoltava attentamente l’angelo che, pencolante nel vuoto, enumerava le cose da scrivere. Elegante nella forma e ortodossa nel contenuto, la seconda versione appare oggi un mero esercizio di stile anche se raffinato e di eccezionale fattura, privo di quegli accenti di verità e profonda partecipazione umana che caratterizzavano il primo dipinto. Sfortunantamente la prima versione fu distrutta a Berlino durante il secondo conflitto mondiale.

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