GLI STATI UNITI FOTOGRAFATI DA WOROBIEC & WOROBIEC

Tony ed Eva Worobiec sono due fotografi inglesi famosi per alcuni magnifici reportages realizzati negli Stati Uniti. Nel corso di sei anni di vagabondaggio tra sperdute cittadine degli stati settentrionali, nelle piatte distese del Midwest, fino agli stati al confine col Messico, hanno estratto frammenti interessantissimi di una realtà multiforme e contraddittoria. Il 9 gennaio è stata inaugurata presso il Fox Talbot Museum di Lacock, Wiltshire, una mostra intitolata “American Roadside Diners”. Si tratta di scatti per lo più notturni che riprendono quei tipici luoghi di ristoro o svago (diner, motel, icecream parlour, cinema) disposti agli angoli delle strade o lungo le statali che attraversano in lungo e in largo il territorio degli Stati Uniti.

Sono immagini illuminate dai colori vividi delle insegne al neon, rutilanti e squillanti come le scene dei Looney Tunes della Warner Bros. Le foto della mostra possiedono un incanto speciale che per qualche istante fatichiamo a mettere a fuoco. Quelli che vediamo sono infatti luoghi “déjà vu”: possiamo anche vederli per la prima volta ma esistevano già nella nostra memoria sedimentati come ricordo improprio attraverso le letture (Kerouac per fare un banalissimo esempio), o i film, o i dipinti (Hopper). I coniugi Worobiec si sono distinti anche per un’altra serie intitolata “Ghosts in the wilderness: abandoned America” (in italiano “Fantasmi nelle terre selvagge: l’America abbandonata“) nella quale emerge un’America diversa, desolata e spopolata, punteggiata di scheletri di case e scuole abbandonate, nelle cui praterie incolte fanno capolino le carcasse delle auto e dei camion.

I mezzi di informazione tengono distinte le due raccolte e, in effetti, gli autori stessi hanno presentato in momenti diversi e con titoli diversi immagini che pur tuttavia sono tessere di uno stesso mosaico. Uno strano corto circuito mi ha spinto alla visione parallela e affiancata delle due raccolte: ho avuto la sensazione di osservare il fianco di una donna bellissima, seducente e desiderabile, imbellettata e ingioiellata, allegra, emozionante, destinata a rimanere per sempre bella e giovane; spostandomi metaforicamente a osservare l’altro fianco ho percepito i segni inequivocabili di un tempo che sembra volgere velocemente al contrario, che tutto consuma e decompone. Ritengo sia mestiere futile commentare singolarmente foto di così rara potenza visiva e quindi associo ad alcune delle foto più suggestive frammenti provenienti dalle mie letture “americane”, in particolare dai poeti Robert Frost e Allen Ginsberg e dall’immenso scrittore e poeta Herman Melville.

Rober Frost  “Direttiva

Fuori da tutto questo che è troppo per noi, / Indietro in un tempo fatto semplice, mutilato / Del particolare, bruciato, dissolto e frantuma- to / Come statua di tomba esposta agli elementi, / C’è una casa che non è più una casa/in un podere che non è più un podere / E in un paese che paese non è più. / Laggiù la strada, se ti affidi a una guida / La cui sola intenzione sia di perderti, / Può sembrare all’aspetto una vecchia cava  / -Grandi ginocchia di pietra che il morto paese  / Da molto tempo ormai ha rinunciato a coprirsi. / E c’è una storia in un libro che ne parla: / Accanto al segno di ruote di ferro dei carri / I cigli mostrano linee nel senso sud-est nord-ovest  / Lavoro di cesello di un immane Ghiacciaio  / Appoggiato coi piedi al Polo Artico.  / Non fare caso al filo di frescura che da lui  / Aleggia ancora, si dice sul fianco del Monte Pantera;  / Né curarti tu devi dell’altra prova del fuoco  / Che è sentirsi spiato da quaranta cantine / Come da occhi nascosti dentro quaranta barili. / E per questa inquietudine degli alberi su te, / Che di lieve fruscio ne scuoterà le foglie, / Danne la colpa a pura inesperienza.  / Dov’eran tutti loro ora non sono vent’anni? / Che cosa si credono mai per aver fatto sparire / Quei poveri vecchi meli becchettati dal picchio? / Fatti un’allegra canzone su come / Questa fu un tempo la strada di uno che dal lavoro / A casa sua tornava e che forse ora appena / A piedi ti precede o sul carretto del grano. / Culmine dell’avventura è lo stesso / Culmine ove si fusero / Fra loro due villaggi, che sono entrambi perduti.  / E se abbastanza perduto tu sei da trovare te stesso  / Adesso, togli la scala, la strada che hai salito,  / Metti il cartello CHIUSO per tutti tranne me.  / E accomodati, poi. Il solo campo che resta  / È piccolo come una galla di cinghia sopra una groppa.  / Prima c’era la casetta per finta dei bambini,  / poche stoviglie in cocci sotto un pino,  / I giochi della casa a cui giocavano. / Piangi su quali piccole cose li rallegravano. / E piangi sulla casa che non è più una casa,  / Ma un sotterraneo sepolto dai lillà che si chiudono / Lenti come l’impasto del pane se un dito ci affondi. […] 

 

 

 Allen Ginsberg “Wichita Vortex Sutra

 […] Il futuro in fretta su rapide ruote / diritto nel cuore di Wichita! / Ora le voci della radio urlano la fame del popolo mondo / di gente infelice / in attesa che l’Uomo sia generato / O uomo in America! / voi certamente odorate di buono / dice la radio / oltrepassando famiglie misteriose di torri ammiccanti / raggruppate intorno a un capannone su una collina –/ magazzini di viveri o fabbrica di paura militare qui? / Città sensibile, Ooh! luci Hamburger & Benzina Skelley / nutrono uomo e macchina, / Kansas Electric Substation robot di alluminio / emette segnali attraverso sottili torri antenne / sopra il campo da football vuoto / nel crepuscolo di Domenica / a un traliccio solitario che pompa petrolio dall’inconscio / lavorando notte & giorno / & bagliori di gas della fabbrica bordano un enorme campo da golf / dove stanchi businessmen vengono a giocare –/ Quadrifoglio stradale, Immersi nel traffico svolta verso / Wichita Est / la base aerea McConnel / che nutre la città – / Luci che nascono nei sobborghi / Supermarket Texaco splendore stellato / sopra le vertebre lampioni di Kellog, / semafori verdi come gioielli / a confrontare il parabrezza, / Ganglio centrocittà penetrato! / Folle di auto in moto col loro splendore, / lampade di insegne che ammiccano nella pupilla del guidatore- / Il nido umano raccolto, illuminato di neon, / e firmato sprazzo di sole / per gli affari come sempre, eccetto nel giorno del Signore- / tre croci del Redentore Luterano accese sull’erba / a ricordarci i nostri peccati / […]

Da “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville[…] Bartleby era stato un impiegato di sottordine, a Washington, nell’ufficio della corrispondenza non giunta a destinazione, cioè delle lettere morte, ed era stato licenziato in seguito a un rimpasto politico. Quando penso a questo, non riesco quasi a esprimere l’emozione che mi prende. Lettere morte! Non sembra sentir parlare di uomini morti? Pensate a un uomo che la natura e le disgrazie hanno reso incline allo sconforto: vi è forse lavoro più adatto ad accrescere questa disposizione del maneggiare continuamente tali lettere morte, e metterle in ordine perché vengano bruciate? Infatti vengono annullate e bruciate ogni anno a carrettate. A volte dalla carta piegata il pallido addetto estrae un anello: il dito cui era destinato forse ammuffisce nella tomba… Una banconota inviata con carità sollecita: colui che doveva soccorrere non conosce più né cibo né fame…. Un perdono per coloro che morirono disperati… Buone notizie per chi perì soffocato da calamità ininterrotte. […]

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