ANGELO, GUARDA IL FUTURO E RIDI. RISATA PROFETICA DI UNA COCOTTE.

Nella primavera del 1911 i futuristi erano, come sempre, in fibrillazione. Il più vulcanico del gruppo, Boccioni, aveva superato se stesso adottando, nel volgere di due anni, tre soluzioni stilistiche diverse: aveva dipinto da espressionista “Il lutto” (1910), da divisionista inquieto “L’idolo moderno” (1910-1911)  e, ancora nel 1911, la versione in chiave cubista della “Risata”. 

U. Boccioni, "Il lutto", 1910. Olio su tela, 105,5x134,6. New York, collezione Schultz

 In tutti i casi menzionati appare chiara l’intenzione dell’artista di trasferire il dato emotivo in linguaggio formale sia che si consideri nel primo dipinto l’urto di colori primari in tonalità acide, o che ci si soffermi nel secondo sul pulviscolo iridescente agitato da una tempesta di lampi elettrici, o che ci si perda nel terzo in un vortice di piani che si scompongono e s’intersecano. Boccioni era sempre più affascinato dalla teoria bergsoniana sul tempo “vissuto” inteso come flusso. Nell’”L’evoluzione creatrice” Henri Bergson aveva sostenuto che lo scorrere del tempo non era  la sommatoria di stati o istanti diversi e separati, ma un fluire continuo, era durata, vale a dire “l’incessante progredire del passato che intacca l’avvenire e che, progredendo, si accresce. E poiché si accresce continuamente, il passato si conserva indefinitamente.“. La risata di Boccioni è un dipinto rivoluzionario per molti motivi. 

U. Boccioni, "Idolo moderno", 1910-1991. Olio su tela , 60x58,4. Londra, Estorick Collection

 Innanzitutto dimostra la possibilità di trasferire concetti complessi in elaborazioni comprensibili contrariamente alle fumosità immaginifiche e spericolate del Marinetti (“il tempo e lo spazio morirono ieri.).  Supera la “quarta dimensione” cubista -un procedimento essenzialmente intellettuale- con una visione ottico-mnemonica che è sintesi simultanea sia degli stati d’animo sia del movimento nello spazio. Pone l’osservatore al centro di un’esperienza multisensoriale: innanzitutto sonora (l’irradiarsi della risata) e visiva (i colori squillanti che traducono sinesteticamente la risata e gli stati d’animo, luci che fendono la penombra del locale), quindi tattile (la morbidezza della piuma gialla che si avvita nello spazio), poi olfattiva (il fumo delle sigarette, il profumo dei liquori nei bicchieri), infine gustativa (per esempio il dolcetto stretto tra le dita di una mano femminile).

U. Boccioni, "La risata", 1911. Olio su tela, 110,2x145,4. New York, MoMA

 Possiede, infine, una sua dimensione profetica. Il dipinto anticipa l’elaborazione teorica del ridere futurista pubblicata da Aldo Palazzeschi nel manifesto del “Controdolore” tre anni più tardi. È un monito inascoltato verso coloro che credono che sia profondo ciò che comunemente s’intende per serio. È castigo sociale verso chi minaccia l’energia vitale, il cambiamento, l’evoluzione. Il personaggio che fa capolino a sinistra è Filippo Tommaso Marinetti il quale, nel Manifesto del Futurismo del 20 febbraio 1909, aveva proclamato: “I più anziani fra noi, hanno trent’anni: ci rimane dunque almeno un decennio per compiere l’opera nostra. Quando avremo quarant’anni, altri uomini più giovani e più validi di noi, ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili. Noi lo desideriamo!“. Se si considera che non dopo dieci, ma dopo vent’anni il Marinetti continuava stancamente l’opera sua glorificato dalla nomina ad Accademico d’Italia (le accademie non dovevano essere tutte distrutte?) ecco, forse quella risata, la possiamo immaginare proiettata nel futuro, verso chi trasformò lo slancio originalissimo verso il nuovo nella contemplazione egotistica del proprio passato. Un’ultima annotazione. Un ignoto vandalo sfregiò la prima versione della risata con un colpo di lametta o di coltello affilato durante l’esposizione al Padiglione Ricordi per una mostra. Lo spregevole individuo aveva, contrariamente alle sue intenzioni, dato un contributo incalcolabile all’arte moderna. La versione che Boccioni fu costretto a rielaborare è, infatti, migliore della prima. Aveva inoltre, con quello squarcio, aperto un varco nel futuro trasformando un Boccioni in un Fontana. 

  

 

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