QUELLA MALEDETTA ESTATE DEL 1984. STORIA DEL NAUFRAGIO, CON POCHI SUPERSTITI, DELLA CRITICA D’ARTE ITALIANA.

 

La congiura del silenzio che ha esiliato in polverosi annali il ricordo del primo scandalo mediatico italiano può considerarsi ormai conclusa. A lungo si è sorvolato o cercato di glissare sull’orribile infortunio nel quale caddero i più onorati storici dell’arte italiana che, uno a uno e con poche eccezioni, furono esposti alla gogna pubblica nell’afosa e funesta estate del 1984. Fino a due anni fa chi tentava di documentarsi sulla catena di eventi culminata nel ritrovamento delle sculture di Modigliani era costretto a ricerche mirate in una grande emeroteca. L’uso di strumenti normalmente a disposizione del grande pubblico incontrava seri ostacoli. Solo per citare qualche circostanza: la raccolta di CD-ROM “Gli anni de La Repubblica” edita nel 2001, contenente tutti gli articoli del più importante quotidiano italiano, non includeva l’anno 1984. Nel 2005, in occasione dei cinquant’anni dell’Espresso, è stata pubblicata un’antologia in cinque volumi intitolata “L’Espresso – 50 anni”: se si consulta il volume comprendente gli articoli del periodo 1975-1984 non si rinviene alcuna traccia dello scandalo e il nome Modigliani appare, in modo del tutto casuale, a pagina 543 in un articolo su Eduardo De Filippo. Solo recentemente il sito del quotidiano on line “La Repubblica” ha reso possibile la consultazione degli archivi fino al 1984 agli utenti generici. In questi anni l’unica vera splendida eccezione, in un’Italia generalmente indulgente con l’establishment culturale e implacabile con i mister nessuno, è stata la trasmissione “La storia siamo noi” curata da Giovanni Minoli. 

Quali furono le cause di un disastro annunciato da temibili presagi? Sebbene alcuni aspetti della vicenda permangano oscuri e talvolta inquietanti, il corso degli avvenimenti, nel suo insieme, appare chiaro. In occasione del centesimo anniversario della nascita di Amedeo Modigliani l’amministrazione della città di Livorno, pungolata da alcuni personaggi di notevole rilevanza culturale, sia locale sia nazionale, decise di dar credito a una leggenda circolante da 75 anni: il pittore, tornato nel 1909 a Livorno per un breve periodo, dopo aver scolpito alcune teste ispirate all’arte africana, le aveva gettate nel Fosso Reale sdegnato da alcuni pesanti apprezzamenti degli amici. Si poteva dar credito a quella storia da bettola, enorme come le prede che i cacciatori vantano di aver catturato dopo aver alzato il gomito? Secondo Vera Durbè, direttrice del Museo Progressivo d’Arte Moderna di Livorno nonché sorella del ben più famoso Dario, direttore della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, professore universitario e noto storico dell’arte, non solo era verissima, ma era stata una grave mancanza fino a quel momento non aver fatto nulla per dragare il fosso e riportare alla luce le preziose opere. L’undici luglio il primo segno infausto. La figlia di Modigliani, Jeanne, da Parigi accusa gli organizzatori della mostra “L’altro Modigliani – Gli anni della scultura” (cioè i due Durbè) di aver esposto un dipinto falso e precisamente il “Ritratto di Paolo Picasso” del 1915. La donna contesta, tra l’altro, i criteri scientifici di impostazione della mostra (1). Si accende una furibonda querelle con reciproche allusioni velenose tra i sostenitori (molti) dei Durbè e gli “Archives Legales Amedeo Modigliani” vale a dire Jeanne Modigliani e Christian Parisot. C’è una vecchia ruggine da smaltire. L’anno precedente era stato Dario Durbè a rifiutare una mostra su Modigliani organizzata dalla fondazione francese perché non convinto dell’autenticità di opere certificate proprio dalla Modigliani e dal Parisot (2). La posta in gioco è enorme: si tratta di stabilire una volta per tutte una sorta di autorità su una materia in verità assai controversa visto che nel mercato mondiale delle opere d’arte circolano decine di falsi Modigliani. Nel frattempo l’amministrazione comunale livornese cede agli inviti pressanti della Durbè e procede alle operazioni di dragaggio del fosso fin dal 16 luglio. Il 24 luglio -la scena è ripresa da televisioni italiane e straniere-  emergono le prime due teste di pietra sotto gli occhi della Durbè. 

 

Così descrive la scena Mario Tredici inviato di Repubblica: Quando le “teste” sono venute alla luce, Vera Durbè che per otto giorni è rimasta “appollaiata” lì sul pontone accanto alla draga, ha pianto di gioia. Certo che ho pianto – racconta con gli occhi lucidi – sono sicurissima che sono le “teste” di Modì, sono talmente belle… Certo gli storici, i tecnici prendono tempo, ma io non ho peli sulla lingua. E poi quando ho visto la seconda testa ho creduto ancora di più. La prima è più bella, nobilissimo il naso, mentre la seconda sembra un dipinto. Chi ha occhi per guardare guardi. Bisogna saper guardare, diceva Matteo Marangoni: è un dono di natura, come la voce, e non c’ è laurea che te lo possa dare(3). Nello stesso articolo si dà notizia del monito di Jeanne Modigliani: La figlia di Modigliani “auspica la massima cautela prima dell’attribuzione definitiva e desidera vedere personalmente le due sculture per poter dare un giudizio basato sulla sua esperienza di oltre quaranta anni di studio delle opere del padre”. Jeanne Modigliani “si augura che siano fatte serie ricerche scientifiche e che sia nominata un’ampia commissione formata dai massimi esperti dell’opera di Modigliani, ivi inclusi gli “archives legales(3). Il monito cade nel vuoto e Jeanne non darà mai corso al proposito annunciato di recarsi a Livorno. Viene trovata morta ai piedi delle scale della sua abitazione. L’inchiesta è chiusa frettolosamente dalla polizia parigina e qualcuno solleva perfino dubbi sull’accidentalità della morte. Il 29 luglio il quotidiano Repubblica pubblica, postuma, una lettera della Modigliani dall’eloquente titolo “Perché mi avete esclusa?” (4)

La notizia del ritrovamento è sensazionale ed è riportata nei giornali e telegiornali di mezzo mondo. Così la vicenda della tragica scomparsa di Jeanne Modigliani lascia subito il posto all’emozione del momento. Gli storici dell’arte non perdono tempo e si schierano. Non ha dubbi Cesare Brandi “Sono di Modigliani. Hanno una luce interiore come una veilleuse… in quelle scabre pietre c’ è l’annunzio, c’ è la presenza(5). Lo scultore Pietro Cascella dice di provare una grande emozione “come quando un naufrago mette il messaggio nella bottiglia(6). Lo storico Carlo Ludovico Ragghianti afferma trattarsi di “opere fondamentali per Modigliani e per la scultura moderna”. Giulio Carlo Argan propone un giudizio più articolato, ma non dubita dell’autenticità dei Modì (così ormai sono affettuosamente chiamate le ruvide teste emerse dalle acque limacciose; nessuno peraltro sembra accorgersi del suono beffardo di quel nome che si pronuncia allo stesso modo della parola francese maudit -maledetto): “Delle tre ripescate nel fosso di Livorno”, scrive Argan sull’ “Espresso”, e ribadisce in un messaggio letto in tv “nessuna è finita: sono opere che Modigliani ha cominciato e portato più o meno avanti, ma poi ha deciso di abbandonare e, a scanso di equivoci, eliminare“.  “Non c’ è da decidere se ributtarle nel fosso o collocarle trionfalmente nel museo“, continua Argan. “Se le carte gettate nel cestino da un poeta arrivano a un filologo, questi le studierà con la massima cura una per una: può darsi che siano solo note del bucato, può darsi che contengano notizie o rivelino pensieri, appunti, abbozzi utilissimi per lo studio dell’intero formarsi della sua poesia. Ha fatto benissimo Vera Durbè, avendo avuto notizia della soppressione di alcune sculture da parte di Modigliani, a ricercarle nel fosso; avendole trovate, ha fatto benissimo a metterle subito a disposizione degli studiosi e del pubblico. Ma avendole Modigliani distrutte a scanso di equivoci, creare equivoci sul loro odierno ritrovamento è quanto di più antistorico, acritico e insensato si possa fare(7). Il 10 agosto viene recuperata una terza testa. Ormai è l’apoteosi dei Durbè e sono in pochi a non lasciarsi trascinare dall’entusiasmo. Tra quei pochi c’è il collezionista Carlo Pepi che fin dall’inizio tuona contro i ritrovamenti bollandoli come “porcherie”. Maurizio Calvesi il 28 luglio si era già espresso a favore della Modigliani contro i Durbè avvalorando la tesi del falso ritratto di Picasso (8). Folgorante il giudizio di Federico Zeri: “Sono pezzi di anodino livello così scarso che per esse non valgono neppure gli epiteti di giudizio qualificante.” (9). Nel frattempo le teste dopo alcune vicissitudini sono pronte per essere esposte a un pubblico che si annuncia vastissimo. Si fa stampare a tempo di record (18 giorni) un catalogo con il prezioso contributo critico del Prof. Durbè che, con amore e dedizione, si esercita nell’analisi formale dei tre reperti. 

Il catalogo "Due pietre ritrovate di AMEDEO MODIGLIANI" con l'apparato critico di Dario Durbè

Il 4 settembre tre ragazzi livornesi confessano al settimanale Panorama di essere autori di una burla: hanno scolpito una delle tre teste con attrezzi rudimentali e l’ausilio di un trapano Black&Decker. Non vengono subito creduti, Dario e Vera Durbè lamentano una macchinazione ordita da una fantomatica SPECTRE dell’arte, non riconoscono la possibilità di essersi sbagliati. I ragazzi ripeteranno il 10 settembre in diretta TV su RAIUNO il gesto dissacratore e goliardico: dimostreranno così che in poche ore si può realizzare un’opera d’arte moderna credibile e distruggere al tempo stesso fama, onore e carriera di illustri cattedratici.

Tempestiva pagina pubblicitaria della Black&Decker che magnificava, nel 1984, le qualità dei trapani in produzione.

Trascorsi dieci giorni esce allo scoperto l’autore delle altre due teste: è un portuale livornese con studi presso l’accademia di belle arti. Ha inteso compiere una provocazione nei confronti degli shogun della storia dell’arte. A questo punto gli storici ormai irrimediabilmente compromessi cercano di trasferire le proprie responsabilità sugli esperti delle discipline tecniche e scientifiche che con le loro perizie avevano certificato l’autenticità dell’attribuzione. La chiamata di correo coinvolge il capo restauratore della Galleria Nazionale d’Arte Moderna che aveva scritto: la testa fu tirata su nel tardo pomeriggio, dopo che per tutta la giornata erano venute alla luce pietre di mille tipi e dimensioni. Dunque era a grande profondità. […] il blocco era coperto di melma difficilissima da rimuovere: i bisturi della Usl di zona, entrati nelle pieghe più nascoste della scultura ne tirarono fuori fango che dimostrava una permanenza decennale in acqua..” (9). Si tira in ballo poi un altro perito, docente di tecnica del marmo presso l’Accademia, che aveva certificato: Il processo esecutivo appare quello tipico di Modigliani. L’ uso di un ugnetto molto piccolo per disegnare sopracciglia e occhi è evidente e di tale precisione che meritava una risposta migliore da parte della pietra. [ergo se l’opera è brutta è colpa della pietra…] la meditazione e la scarsità degli interventi, sempre pochi, ma decisivi, conferma la similitudine dei processi esecutivi“. […] il colore superficiale della scultura Modi 2, dopo pulitura, conferma che il processo di riduzione ha operato anche su questa e che quindi la sua permanenza nel fango si è protratta per tempi non precisabili, ma misurabili in decine di anni” [sic!] (10). La vicenda volge in farsa. Si avvalora sempre più la tesi della suggestione collettiva, si cercano patetiche giustificazioni per salvare la faccia: uno degli studiosi chiamati in causa ammette candidamente di non essersi occupato per oltre trent’anni di Modigliani e di essere stato letteralmente trascinato ad autenticare le teste. Un altro ammette di essere stato dubbioso ma di essersi lasciato convincere:  “Per tutti erano autentiche e io gli ho creduto(11)

I giornali satirici come il Vernacoliere pescano allegramente nel torbido

La pietra tombale su ciò che rimane delle reputazioni di un numero incredibile di storici ed esperti d’arte la depongono Federico Zeri e Giuliano Briganti. Alla domanda “Ma i critici, professore?” Zeri risponde: Cosa vuole: anche loro hanno voluto le luci dei riflettori. Pur di stare sulla ribalta si sono buttati avanti. Del resto sono tutti anziani, tutte persone al di sopra dei 75 anni che probabilmente hanno paura di finire nel dimenticatoio. Hanno fatto dichiarazioni grottesche. Ma le pare che Modigliani scolpisse simili lordure? Sembrano paracarri“. “La categoria dei critici, dunque, ne esce piuttosto male… ” riprende l’intervistatore “A me non dispiace. La ho sempre considerata una brutta categoria. E’ comunque una cosa triste: si sono fatti prendere dall’atmosfera da spettacolo”. “E i ragazzi professore?”  “Facce intelligenti, argute e con quel tocco di cattiveria beffarda che è tutta livornese. A me piacciono molto(12). 

 Giuliano Briganti è ancora più drastico: ” Sono certo che qualsiasi direttore di museo o mercante d’arte onesto e intelligente, se gli fossero state offerte le tre teste di Modigliani, ammesso che avesse superato il primo impulso di rifiutarle data la loro bruttezza, diciamo piuttosto data la loro mancanza di stile, cercando un esperto per verificarne l’autenticità non si sarebbe certo mai rivolto, come è stato fatto a Livorno, a quei critici ai quali ci si è rivolti. Non gli sarebbe passato neanche per un attimo nel cervello. Con tutto il rispetto che si può avere per loro, nessuno era un vero esperto di Modigliani, né tanto meno esperto di scultura, forse nemmeno “esperto”. Due cose ho sempre creduto, e tuttora fermamente credo, sono necessarie per esercitare la professione di storico dell’arte. Prima di tutto partire sempre dalle opere, dalla concreta conoscenza delle opere e da queste risalire al resto. Secondo, tenere vivo il senso della qualità, del valore: un metro che è stato molto trascurato negli ultimi anni ma al quale molti oggi sembrano ritornare come ad un insostituibile criterio di giudizio. Ma per conoscere le opere, per riconoscere la qualità, ci vuole lunga esperienza sulle opere stesse, profonda disposizione d’animo. E anche umiltà. Quell’ umiltà che è mancata a chi non ha voluto riconoscere di non avere un patrimonio di esperienza tale che lo autorizzasse a esprimere giudizi a proposito di sculture di Modigliani.” (13). 

Aggiungo per completezza un link relativo alla trasmissione di Giovanni Minoli sulla vicenda dei falsi Modì http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=345 , due clip con interviste sulla beffa del 1984 e, a seguire, le note al testo. 

 

(1) Repubblica 11 luglio 1984 pagina 11, sezione cronaca; Repubblica 26 luglio 1984 pagina 40. 

(2) “Quella beffa che fece tremare il mondo dell’arte” di Gianpaolo Simi sull’edizione on line de IL TIRRENO 17 agosto 2009. 

(3) Repubblica 26 luglio 1984 pagina 40. 

(4) Repubblica 4 agosto 1984, pagina 18, sezione cultura. 

(5) Repubblica 11 settembre 1984, pagina 2, sezione: la beffa di Modigliani. 

(6) Repubblica 11 settembre 1984, pagina 2, sezione: la beffa di Modigliani. 

(7) Repubblica 11 settembre 1984, pagina 3, sezione: la beffa di Modigliani. 

(8) Repuublica 28 luglio 1984, pagina 10, sezione: commenti. 

(9) Repubblica 6 settembre 1984, pagina 15, sezione cronaca. 

(10) Repubblica 11 settembre 1984 pagina1. 

(11) Repubblica 21 settembre 1984, pagina 15, sezione cronaca. 

(12) Repubblica 11 settembre 1984, pagina 3, sezione: la beffa di Modigliani. 

(13) Repubblica 12 settembre 1984, pagina 7, sezione: la beffa di Modigliani.

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4 commenti

  1. C’ è stata una seconda controbeffa allorchè sono uscite allo scoperto tre sculture autentiche – quelle che cercavano nei Fossi – salvate dalle macerie da Piero Carboni, carrozziere di Livorno: la Soprintendenza di Roma, quella di Pisa, il comitato degli esperti bel Ministero dei Beni culturali, gli Archivi Legali Modigliani ecc. LE HANNO DICHIARATE FALSE. Al peggio non c’è limite. Quando le sculture erano platealmente false, furono dichiarate autentiche; quando sono uscite quelle AUTENTICHE, sono state dichiarate FALSE ed io sono stato processato vincendo anche questa ulteriore battaglia. Vi ricordo che per diverso tempo fui solo contro tutti a sostenere la falsità delle sculture dei Fossi e che provenivano da due mani e concetti differenti…

    • Ringrazio ancora Carlo Pepi per il suo contributo e invito i lettori a leggere anche il suo precedente commento pubblicato, per errore, in relazione all’articolo IL TRENO DEI DESIDERI NASCOSTI. L’ARTE DI SCHIELE E KLIMT NELL’AUSTRIA A UN PASSO DAL PRECIPIZIO. LA MOSTRA “SCHIELE E IL SUO TEMPO” A MILANO.

  2. Se non ricordo male, durante il dragaggio del fosso, venne tirato su di tutto e fra i vari reperti emerse anche un carretto che sembrò subito quello usato da Modigliani per disfarsi delle sculture. Fu stabilito da esperti in materia che il carretto poteva datare ai primi anni del ‘900 ma che non poteva essere finito nel fosso nel 1909 perché portava una saldatura su un cerchione fatta con una tecnica risalente agli anni ’30. Non doveva l’accaduto destare qualche perplessità circa l’onestà di tutta l’impresa?
    E poi, molti livornesi erano a conoscenza che durante l’occupazione alleata nel ’44 gli americani, per utilizzare meglio i canali medicei di Livorno, li avevano dragati allo scopo di aumentarne il fondale e favorirne la navigabilità. Ritengo possibile che abbiano effettuato il dragaggio per aumentarne il galleggiamento dei battelli militari che caricavano e scaricavano merci in città. Se questo è vero le sculture di Modigliani, ove fossero state davvero in fondo al canale, sarebbero da ricercare… in mare dove fu gettata la melma e quant’altro rimossi nel dragaggio. E’ mai possibile aver trascurato un evento storico tanto decisivo da far desistere dall’impresa di ritrovamento nel luglio del 1984? E’ strano che di questo non abbia parlato nessuno.
    Ettore Visibelli – 01/12/2012

    • Ringrazio il lettore per aver attirato l’attenzione su circostanze poco note, ma decisamente interessanti.


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