LA GLORIA MANCATA DI LORENZO LOTTO

Lorenzo Lotto, Ritratto d'uomo con uno zampino d'oro, 1527 circa. Olio su tela 96x70. Kunsthistorisches Museum Vienna

A volte il talento non basta. Ci vuol altro per strappare a un destino beffardo quella consolazione che solo una fama imperitura può concedere. Che valgono gli attestati di stima dei propri pari se non sono coronati da vera gloria? Il Vasari, ricordandosi di Lotto nell’edizione giuntina delle Vite, sembra esserne consapevole quando, non potendo annoverare che un’onorata carriera professionale, lo fregia di un merito altissimo, ma estraneo all’arte: ” … non passò molto che, come era vissuto costumatamente e buon cristiano, così morì rendendo l’anima al Signore Dio. I quali ultimi anni della sua vita provò egli felicissimi e pieni di tranquillità d’animo e, che è più, gli fecero, per quello che si crede, far acquisto dei beni di vita eterna.”. Dunque famoso no, ma santo si. Si conclude a 76 anni, a un passo dalla casa di Maria nel santuario di Loreto, da due anni oblato della santa casa, l’esperienza terrena di Lorenzo Lotto pittore veneziano.

Nato nel 1480, Lotto si forma a contatto con Giovanni Bellini e Alvise Vivarini proprio nella fase in cui si esplorano le enormi potenzialità formali e strutturali del colore. Lorenzo è anche sensibile al luminismo fiammingo innestato col plasticismo tutto italico di Antonello da Messina e alla sensibilità naturalistica del Dürer. Costretto dall’impari competizione con artisti già affermati come Giorgione o di astri nascenti come Tiziano, comincia a spostarsi in giro per l’Italia centro-settentrionale ottenendo incarichi che assolve sempre in modo originale capace com’è di interpretare in chiave moderna temi pietrificati dalla lunga tradizione. Lotto ha la forma mentis dello sperimentatore in un mondo in cui i modelli di riferimento rimangono intangibili ai più: solo a un Raffaello o un Michelangelo o un Leonardo è concesso di manipolarli. Molti sono i casi di spettacolare violazione delle regole guidata sì da una sensibilità altissima, ma al tempo stesso popolana e corriva nell’espressione. L’Annunciazione di Recanati non ha eguali nella storia dell’arte italiana.

Lorenzo Lotto, Annunciazione , 1527 circa. Olio su tela, 166x114. Pinacoteca Villa Colloredo Mels Recanati

Già la visione frontale di Vergine e angelo nunziante da sola sarebbe stata sufficiente a renderla anomala. Il fatto è che la Vergine non solo è colta di sorpresa dal celeste annunzio, ma addirittura di spalle. La povera donna sembra cadere in ginocchio più per lo spavento che per altro. L’angelo ha il fisico di uno scudiero o di un garzone robusto, così saldo nella posizione e imperativo nel gesto. L’improvvisa e ingombrante apparizione ha spaventato il micio di casa cui garba punto l’angelica presenza. Un felino domestico nella casa di Maria non è proprio una novità. Andrea Sansovino in uno dei rilievi che rivestono la casa di Maria a Loreto (1522) aveva realizzato qualcosa di simile, ma in modo più banale.

Andrea Sansovino, Annunciazione, 1522. marmo. Santuario loretano.

A completare un quadro già in sé vivido è l’Eterno, sospeso su una nuvola così bassa da sfiorare il portico, che spinge a mani giunte l’inviato nella giusta direzione. Solo Chagall quattro secoli dopo sarà in grado di rendere credibile la coesistenza nella stessa immagine di peso e assenza di gravità.

Casa di Maria a Loreto

Lotto conosce bene la casa di Maria, deve averne sfiorato i mattoni rozzi e poveri, ha percepito il mondo mariano nella sua concretezza, ha dato forma a un evento miracoloso che non ha nulla della visione, anzi, si caratterizza per la sua tangibilità e per quel profumo di quotidiano che promana dagli oggetti come dai personaggi. Come spiegare altrimenti il fatto che l’angelo getti la sua ombra sul nudo pavimento? Quell’essere così concreto è il prototipo di quegli angeli caravaggeschi coi piedi ben piantati per terra e talmente vicini agli uomini da distinguersi solo per le ali. Che dire poi della clessidra svelata sullo sfondo che annuncia un tempo appena iniziato ma destinato in breve a concludersi? Il senso di tutto è nel volto di Maria: il suo sopracciglio destro un po’ più sollevato dell’altro e il suo occhio destro un po’ più chiuso, infondono una dolorosa acutezza allo sguardo che si imprime nell’anima dell’osservatore.

Nel 1509 Lotto si reca a Roma. È la sua grande occasione. Potrebbe affrescare le stanze papali, ma trova già al lavoro Raffaello che opera sotto l’ala protettiva del Bramante. Michelangelo, che non ha mai eseguito prima un affresco, è all’opera nella Cappella Sistina. Di questo suo passaggio non rimane nulla, nessuna testimonianza, solo, forse, gli esiti dolorosi di un sogno infranto. Ricomincia allora il suo vagabondaggio su e giù per l’Italia, in quel mondo lontano dai grandi centri, ricco e periferico, nel quale Lotto ha dato e darà il meglio di sé e non solo nei dipinti di soggetto religioso.

Lorenzo Lotto,Venere e cupido, 1520. Olio su tela. Metropolitan Museum New York.

Nel 1520, ad esempio, aveva affrontato un tema profano in chiave allegorica. Si tratta, con ogni evidenza, di un dono di nozze vale a dire dell’immagine di una Venere con Cupido. Anche in questo caso l’aspetto benaugurante è esplicato in modo così disinibito da rasentare l’insolenza. Si tratta di uno scherzo, si capisce, Lotto non sta profanando né l’istituto del matrimonio né il mito classico. Semmai ancora una volta è così moderno da trasformare una visione normalmente idealizzata in carnalità allo stato puro. Cupido, messo via l’arco, mostra allegramente e a modo suo, qual deve essere il fine di ogni amore. Senza alcun imbarazzo di Venere beninteso. Non sappiamo se vi fu imbarazzo del committente, ma è da temere che neanche in questo caso la portata della novità sia stata ben compresa.

Lorenzo Lotto fu un artista anticonformista e per questo non volle abbracciare il tonalismo di Tiziano. Fu una scelta dettata dal temperamento e dalla divergente modalità di colorire che col tempo risultò fatale giacché si isolò irrimediabilmente dal gruppo di artisti di successo a Venezia. Non tutti gli artisti anticonformisti si congedano dal mondo in modo spettacolare. Lotto scelse ancora una volta una soluzione atipica: si congedò dalla vita terrena molto prima di rendere l’anima a Dio.

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1 commento

  1. Concordo pienamente…la mostra romana delle Scuderie del Quirinale rende marginale e quasi indesiderato lo sguardo innovativo del Lotto e il suo anticonformismo…parla di quel lato del pittore trattandolo come forse fu trattato a suo tempo…con diffidenza.


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