LE DUE VITE DI JOSEPH BEUYS. Vita, morte e rinascita del più controverso artista tedesco.

Ritratto di Beuys con feltro e croce

Joseph Beuys possedeva il carisma dell’uomo di medicina (1)  e l’aspetto austero del pastore luterano. Era inoltre alto e scarno. Queste due qualità, sommate alle precedenti, gli conferivano un’aura speciale, quella di chi è sopravvissuto non ad un semplice disastro, ma ai rivolgimenti di un’intera generazione. Lo sguardo appariva smarrito e allucinato in curioso contrasto con la fermezza della voce. Col gesto ieratico delle azioni o con la forza delle argomentazioni trasformate in ideogrammi su grandi lavagne, dava corpo a quelle forze interne alla natura che di solito sfuggono ai sensi degli individui comuni. Indossava costantemente un cappello di feltro, un gilet da pescatore e scarponi. Era un artista che da tempo aveva abbandonato gli strumenti espressivi tradizionali per dedicarsi a un’arte totale, nella quale il corpo, scultura vivente, era ponte tra uomo “moderno” e natura e l’agire artistico assurgeva a mezzo di guarigione rituale e salvezza. L’azione aveva quindi valore di esorcismo degli spiriti che albergano nel mondo, ma al tempo stesso era intesa come terapia nei confronti di una heimat sfigurata dal recente e ripugnante passato.

20 luglio 1964 Beuys al festival della nuova arte di Aachen

Il 20 luglio 1964, durante il festival della nuova arte di Aachen, aveva fatto sciogliere due cubi di grasso su una piastra rovente mentre nella sala si udiva la riproduzione del discorso di Goebbels allo Sportpalast di Berlino che istigava alla “guerra totale”. Fu attaccato da alcuni studenti neonazisti uno dei quali lo colpì con un pugno sul naso. Nonostante il sangue colasse dal suo naso Beuys continuò la sua performance. Beuys si poneva, ed era riconosciuto negli anni ’60 e ’70, come artista-sciamano. Nelle culture arcaiche lo stregone riceve una “chiamata” alla quale non può sottrarsi e che ha caratteristiche traumatiche. Beuys volle riscrivere la propria biografia convinto di aver ricevuto quella chiamata il 16 marzo 1944. Scrisse così un “Curriculum vitae/Curriculum delle opere” con il quale, in una sorta di mito delle origini, ricostruì una sua seconda vita a partire all’istante in cui tutto aveva avuto inizio. Non si trattò di vera narrativa di finzione, ma piuttosto della riduzione a forma testuale di una rivelazione le cui circostanze, in termini di tempo e spazio, non erano inquadrabili in schemi razionali. Cosa venne obliterato dal curriculum vitae? Proprio gli anni giovanili che mostravano, a parte un certo interesse per le scienze naturali e il disegno, gli stessi turpi segni di una nazione votata al disastro e alla follia: l’iscrizione alla Hitler-Jugend, la partecipazione Reichsparteitag der Ehre a Norimberga nel 1936, l’arruolamento volontario nella Luftwaffe e l’addestramento come radiotelegrafista e poi come pilota di caccia. Un evento soprannaturale fu all’origine dell’inversione del suo destino. Il 16 marzo 1944 Beuys era al suo posto di combattimento (cioè mitragliere di coda) su uno Junker 87 Stuka in azione nei cieli della Crimea. L’aereo fu colpito dalla caccia russa e precipitò in pochi istanti al suolo. Il pilota fu disintegrato al momento dell’impatto, ma Beuys che aveva sparato contro il tettuccio per farlo aprire, fu proiettato a distanza nella neve. Non solo fu gravemente ferito alla testa e alla mascella, ma rimase per diverso tempo completamente sprofondato nella neve. Un gruppo di Tartari di Crimea in fuga dalla guerra, disseppellì il suo corpo e gli diede conforto con i doni della terra: grasso animale e strati di feltro che rigenerarono il suo calore e lo trattennero. L’aspetto straordinario di quell’episodio è che i Tartari in questione erano rappresentanti nomadi di una nazione già fantasma che di lì a poco sarebbe stata anche deportata e dispersa su ordine di Stalin (18 maggio 1944). Grazie a quegli spiriti benigni si compì l’iniziazione di Beuys: non solo lo riportarono in vita con cure disinteressate, ma, a quanto pare, gli parlarono in continuazione. Cosa bisbigliarono i fantasmi tartari nell’orecchio di Beuys? Formule rituali, segreti della natura? Beuys serberà un ricordo molto vago (e temporalmente impreciso) di quell’evento. Scrisse:

Non fosse stato per i Tartari oggi non sarei in vita. Erano nomadi di Crimea in quella che era la terra di nessuno tra il fronte russo e quello tedesco e che non favoriva né l’una né l’altra parte.[…] Furono loro a trovarmi nella neve dopo l’impatto quando le pattuglie di ricerca tedesche si erano ritirate. Ero completamente privo di sensi e mi ripresi solo dopo 12 giorni e dopo quel periodo fui ricoverato in un ospedale da campo tedesco. […] Ricordo delle voci pronunciare la parola ‘voda’ (acqua), ricordo il feltro delle loro tende e l’odore pungente di formaggio, grasso e latte. Ricoprirono il mio corpo di grasso per rigenerarne il calore e l’avvolsero nel feltro per conservarlo.”.

È un fatto che sul registro dell’ospedale da campo tedesco il ricovero di Beuys fu annotato in data 17 marzo 1944 vale a dire solo un giorno dopo l’abbattimento dell’aereo. È possibile che nello stato di incoscienza in cui versava il quasi ventitreenne mitragliere, il tempo si sia dilatato fino a 12 giorni e che i contatti intercorsi coi Tartari prima dell’episodio si siano collocati più in avanti. Quel che oggi conta è che alcuni materiali come il feltro e il grasso animale assunsero per l’artista quelle proprietà terapeutiche e salvifiche ricorrenti nelle sue performance. Il feltro è una stoffa di pelo animale priva sia di trama sia di ordito. È ottenuta in modo del tutto “naturale” per intreccio delle squame corticali dei peli intrisi di acqua e sapone. L’assenza dell’intervento umano se non per operazioni minime come l’imbibizione, la sua capacità di isolamento termico, rendono questo prodotto il più vicino alla natura tra quelli impiegati dall’uomo fin dall’antichità. Non fu quindi dovuta a stravaganza l’abitudine di Beuys di proteggere continuamente il capo, divenuto assai fragile a causa dell’incidente, con un cappello di feltro con le tese.

Nell'”Infiltrazione omogenea per pianoforte a coda” del 1966 lo strumento simbolo della cultura europea è ricoperto da uno strato di feltro dal duplice significato: da una parte ne evidenzia lo stato di riduzione al silenzio (crisi del linguaggio e della cultura) e dall’altra allude alle intrinseche potenzialità terapeutiche del materiale delle quali, come sappiamo, si era giovato a suo tempo l’artista.

Joseph Beuys, Infiltrazione omogenea per piano a coda, 1966. Centre Pompidou

 
 La performance di Beuys più nota ” I like America and America likes me” ebbe luogo nel maggio del 1974 a New York, presso la René Block Gallery, al 409 di West Broadway. L’artista era contrario alla guerra in Vietnam così, quando atterrò a New York, per evitare di toccare il suolo americano, si fece trasportare in ambulanza fino alla galleria avvolto da una coperta di feltro. Là svolse per tre giorni la sua performance, insieme a un coyote, in una sala appositamente recintata. Per molte ore al giorno Beuys restava accucciato al centro della sala avvolto nella coperta di feltro con un bastone da pastore in pugno. Per alcune ore, invece, si distendeva su un giaciglio di paglia che si era fatto preparare in un angolo. Il coyote, dapprima guardingo, acquistò gradualmente confidenza: cominciò a girare in tondo, ad annusare l’artista, tirò via in modo giocoso la coperta, si accucciò per dormire in un angolo, urinò sulla pila di copie del Wall Street Journal che giornalmente, su indicazione di Beuys, veniva disposta nella sala.

La performance era punteggiata da azioni rituali ripetute quali far tintinnare tre volte un triangolo appeso al collo (simbolo alchemico del fuoco), far riprodurre in un’area esterna il rumore di una turbina (allusione all’energia) e dopo di ciò indossare o gettare verso il coyote i grossi guanti indossati dall’artista. Quei guanti ampi a forma di zampa d’orso ricordavano significativamente quelli indossati da uno sciamano graffito sulla parete della grotta dei Trois Freres scoperta nel 1910 e risalente a circa 13.000 anni fa.

Lo sciamano della grotta dei Trois Freres

Per i nativi americani il coyote era un dio potente, uno psicopompo in grado di mediare tra il mondo materiale e quello spirituale, aveva anche rubato il fuoco per donarlo agli uomini. Il coyote per Beuys era l’immagine simbolo di una ferita aperta che attendeva di essere guarita: l’uomo aveva tentato addirittura di sterminarlo prigioniero di un pensiero materialistico, positivista e scientista, che imponeva infatti, il dominio sulla natura. La riconciliazione con il coyote con i mezzi dello sciamanesimo artistico era un principio di dialogo, un passo necessario verso un nuovo stadio evolutivo dell’umanità caratterizzato da una visione olistica della natura.

Interrogato sul perché non avesse voluto toccare il suolo americano Beuys rispose lapidario:

Volevo isolarmi, proteggermi, non vedere degli Stati Uniti null’altro che il coyote“.

(1) Locuzione usata dai nativi americani per indicare lo sciamano.

P. S. Il nome dell’artista si pronuncia iosef bois

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L’arrivo di Beuys a New York appare nel seguente filmato

Per vedere un frammento della performance cliccare sul link seguente

http://www.youtube.com/watch?v=e5UXAqpSJDk

 
 
 

 

 
 
 
 
 
 

 

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5 commenti

  1. ciao Artmasko. Ho appena letto il tuo articolo su Beuys-sciamano. Molto interssante!

    Mi permetto di segnalarti la mostra che si aprirà a breve e che forse potrà interessarti:

    Giovedì 3 novembre 2011, alle ore 18.30, si inaugura a Roma, presso la Sala Santa Rita (via Montanara, ad. Piazza Campitelli) la mostra intitolata “Le nove porte: sciamanesimo e arte contemporanea”.
    Splendidi oggetti magici originali, complessi disegni cosmologici, suggestivi video, musiche e immagini fotografiche narrano della ricca componente estetica ed estatica propria dello sciamanesimo himalayano e siberiano.
    In un perfetto innesto formale e concettuale, una serie di opere visuali e sonore e di installazioni multimediali, create dagli artisti contemporanei Bizhan Bassiri, Rodolfo Lama, Maziar Mokhtari, Martino Nicoletti e Renato Ranaldi, danno invece corpo a un’ispirazione che attinge direttamente a un universo archetipico. Un regno dove la forma è ancora principio e la materia ancora una fluida potenzialità.

    Buon lavoro e buona continuazione,
    Abaris

    • Ringrazio cordialmente per la segnalazione (che naturalmente giro a tutti i lettori) e per il commento positivo.

    • PS Ho inserito la mostra “Le nove porte: sciamanesimo e arte contemporanea” nella pagina Mostre-Eventi accessibile dalla Home page.

  2. Gentile Artmasko, sto mettendo giù qualche nota su Beuys & sciamanesimo. Trovata interssantissima citazione da Curriculum riguardante il disastro “iniziatico” in Crimea. Volevo domandarti se hai i riferimenti bibliografici della citazione originale.

    Volendo citare il tuo articolo in questo blog, chi devo menzionare come autore?

    Thanks e buon lavoro, martino nicoletti

  3. Ciao ArtMasko volevo segnalare che alla Pinacoteca Molajoli di Fabriano ,fino all’11novembre è in corso la mostra “ri-cicli bici d’autore” curata da GIuseppe Salerno,dove con Giuseppe Spaziani presentiamo “un pezzo di strada insieme” ,prima uscita in pubblico dell’arte miserabile.
    Buon lavoro
    francesco nolli


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