QUEL MONUMENTO CHE NON È MAI STATO ERETTO.

Margaret Fuller, dagherrotipo di John Plumbe, 1846

Esistono i Mani, la morte non distrugge tutto. In questi giorni di festa per il 150° anniversario dell’unità, una pallida ombra si sottrae, a stento, all’oblio cui è stata consegnata ingiustamente. È quella di Margaret Fuller, americana di nascita e romana d’elezione. È una figlia che Roma non ha mai veramente adottato. Le ha dedicato, è vero, un viale ombroso nel perimetro di Villa Sciarra, ma pochi tra coloro che lo percorrono le rivolgono un pensiero riconoscente. Undici anni fa fu affissa una targa sulla facciata del palazzo di Piazza Barberini nel quale aveva abitato per due anni. Ben in alto sopra un bar , cosicché nessuno, da allora, se ne è mai accorto.  Il regista Luigi Magni le ha dedicato due brevi scene nel film “In nome del popolo sovrano“, qualche sito web e qualche associazione la ricordano, ma si tratta di sparute pattuglie di devoti che tentano di tenerne in vita il ricordo.

Questo articolo è una modesta riparazione per un silenzio diffuso e colpevole ed è l’occasione per ricordare il suo amore per la libertà e per la città eterna.

Nel 1846 Horace Greeley, direttore della New York Tribune, decise che la competizione con il concorrente New York Herald doveva essere combattuta ad armi pari. L’Herald aveva inviato un suo corrispondente in Europa? La Tribune avrebbe spedito nel vecchio continente il migliore dei suoi collaboratori. Dopo aver brevemente riflettuto, la scelta cadde su una giovane e promettente scrittrice, Sarah Margaret Fuller. Greeley era un conservatore di ampie vedute -contraddizione solo apparente negli Stati Uniti oggi come allora- cosicché non si soffermò a considerare l’enormità della cosa: si trattava, in effetti, della prima donna reporter della storia del giornalismo. La Fuller vantava una cultura eccezionale. I maligni sussurravano che era stata educata dal padre come un uomo (le aveva, infatti, insegnato il greco e il latino) in più conosceva francese, tedesco e italiano. Si sussurrava che le compagne di scuola, incattivite dalla propria inferiorità culturale e, forse, intellettiva, l’avessero isolata accusandola di essere arrogante e saccente. Il suo curriculum professionale era notevole: aveva diretto la rivista trascendentalista The Dial e aveva pubblicato l’anno precedente il libro “Woman in the Nineteenth Century“, nel quale aveva formulato tesi che furono in seguito fatte proprie dal movimento femminista internazionale. Vantava anche un altro primato: era stata la prima donna a essere ammessa nella biblioteca dell’università di Harvard.

La redazione della New York Tribune ai tempi della Fuller. Horace Greeley è in prima fila, il terzo da sinistra.

Margaret Fuller giunse a Roma durante la primavera del 1847 dopo due brevi tappe a Londra e a Parigi.  Era una donna priva di pregiudizi, dotata di  curiosità e acutezza di pensiero, animata da ideali di libertà, fratellanza e uguaglianza. Iniziò a scrivere una serie di “lettere” che inviava oltre oceano non appena le era possibile. In quelle corrispondenze dava conto ai cittadini newyorchesi degli avvenimenti romani e italiani e forniva accurate descrizioni della città e dei suoi costumi. Roma nel 1846 era una città in fermento, agitata dalle speranze indotte dalle sopravvalutate aperture di papa Pio IX. Era ricca di colore e di sporcizia, punteggiata da testimonianze grandiose del suo passato, affollata, pericolosa, seducente, con un’umanità semplice e schietta, a volte abbrutita, ma capace di inattesi e improvvisi slanci di generosità. Pur non sottacendo gli aspetti deplorevoli o comunque criticabili, Margaret Fuller fu affascinata da Roma e da quel popolo che lentamente si stava sottraendo a una condizione di asservimento millenario. Il perché è presto detto. Gli Stati Uniti esistevano già da 66 anni. I padri fondatori -che nel 1776 avevano rivendicato il diritto di una nazione alla costruzione del proprio destino- avevano avuto come costante riferimento il mondo greco-romano. Le migliori menti dell’elite culturale statunitense individuavano nell’antichità classica l’essenza del legame che univa nuovo e vecchio mondo. Sul sigillo degli Stati Uniti campeggiava il motto “Novus ordo seclorum” mutuato dall’Egloga IV di Virgilio (“Ultima Cumaei venit iam carminis aetas;magnus ab integro saeclorum nascitur ordo.” [Giunge ormai l’ultima età del carme Cumano, un grande ordine di secoli ricomincia daccapo.]). Con quel motto i fondatori avevano inteso statuire la nascita di una nuova era, una nuova età dell’oro. Nello stesso sigillo avevano aggiunto un occhio sfolgorante sul vertice di una piramide a 13 strati coronato dalla scritta “ANNUIT COEPTIS” un solenne auspicio del favore divino che doveva arridere alla neonata federazione (l’espressione era di provenienza virgiliana tanto quanto il motto: “Juppiter omnipotens, audacibus adnue coeptis” [Onnipotente Giove, assecondami tu nell’azzardo!- Eneide, libro IX verso 625]).

A sin.: Rembrandt Peale, George Washington Patriae Pater ,1823; a destra il Sigillo

La matrice greco-romana si era estesa anche all’architettura (il cosiddetto stile federale) e alla toponomastica: centinaia di città americane, fondate in quei 66 anni, erano state battezzate con nomi suggestivi : Athens, Rome, Syracuse, Arcadia, Daphne, Calypso, Cassandra, Corinth, Ithaca, ecc.

La storia antica aveva fatto nascere nella Fuller una speciale empatia per la città e per la sua gente. I valori democratici della dichiarazione d’indipendenza del 1776 costituivano una lente preziosa con la quale leggere e valutare le attese del popolo romano in quel drammatico triennio 1847-49. A tutto ciò si aggiunse la forte spinta ideale della scrittrice, di natura prettamente romantica, che considerava le lotte di indipendenza nazionale il vero motore della storia e le classi lavoratrici l’unica nobiltà:

Sembra che la lotta politica sfoci in quella sociale ed è giusto così. Per quanto sangue si debba spargere e per quanti altari si debbano abbattere, quei problemi terribili si devono risolvere a qualsiasi costo; un costo che in Europa non potrà non spezzare molte banche e molti cuori prima che il bene riesca a germogliare dalla corruzione dilagante. Popolo d’America, forse ti è concesso di essere spettatore, affinché tu acquisisca in tempo quella saggezza che è indispensabile a prevenire tutto ciò. Puoi imparare il significato reale delle parole Fraternità, Eguaglianza e, benché gli scimmiottatori del passato cerchino di ammaestrarti, puoi apprendere le vere esigenze di una democrazia. Sei ancora in tempo per imparare a rispettare e a difendere l’aristocrazia reale di una nazione, l’unica nobiltà autentica, cioè le classi lavoratrici.”. (1)

Nell’aprile del 1847, nell’oscura e umida ombra del Vaticano, Margaret aveva incontrato l’appartenente a una nobile casata romana, il marchese Giovanni Angelo Ossoli. Se ne era profondamente innamorata nonostante non fossero pochi gli ostacoli che avrebbero dovuto impedire una normale relazione sentimentale: era povero, di nove anni più giovane e per di più cattolico solo per indicare le principali occasioni di scandalo tra quegli Americani riuniti a Roma in cerchie snob, clannish e razziste. L’epiteto razzista è tutt’altro che eccessivo. Alcuni di quegli Americani erano propensi a giudicare con disprezzo la Roma moderna e i suoi chiassosi popolani. La Fuller era diversa. Osservava superiore lo sguardo miope di certi suoi compatrioti, a metà tra disgusto e sorpresa, si indignava per l’ottusità dei loro commenti, elogiava invece coloro che non intendevano “perdere nemmeno un seme del passato”. Tracce di quell’atteggiamento sprezzante verso i Romani e gli Italiani possono essere rinvenute anche in letteratura e se ne può indicare qualche esempio clamoroso. Nel romanzo breve Daisy Miller di Herry James la protagonista, ingenua, innocente e idealista -e per questo inadatta all’insidioso e mefitico ambiente romano- è colta da febbre malarica perniciosa perché inopportunamente invitata a una gita notturna nel pericolosissimo Colosseo: la profferta è fatta da un avvocato romano, ambiguo e vanitoso, interessato solo a vivere una squallida avventura con una giovane e romantica donna americana. Nel 1884 Julian Hawthorne pubblicò una biografia del padre, Nathaniel, nella quale riportò alcuni passi del diario paterno: tra gli altri v’erano alcuni giudizi di un conoscente, Joseph Mozier, sul marchese Ossoli “è totalmente ignorante, perfino della sua propria lingua […] quasi incapace di leggere, privo di educazione, in breve un mezzo idiota” insieme a commenti sulla di lui famiglia “nobile tecnicamente, ma priva di rango in realtà“. Lo stesso Nathaniel, che ben conosceva la Fuller, non aveva potuto trattenersi dall’esprimere alcune considerazioni sulla “natura rozza” dell’inviata del New York Tribune. Evidentemente la rozzezza dei Romani era da ritenersi di natura pericolosamente transitiva. Un breve inciso: nessuno serba più memoria del Mozier, un uomo d’affari americano che aveva voluto, con supremo atto di volontà, trasformarsi in scultore. Ecco, invece, che cosa scrisse la Fuller di Roma e dei Romani:

La città dell’anima, ecco che cos’è! Perfino la sua polvere affascina e allo scandire di ogni attimo spensierato che se ne va bisbigliando, ci si ritrova soggiogati da migliaia di incantesimi “(2) […]  “Non mi riesce di considerare il bighellonare del dandy romano e il portamento fiero e giunonico della contadina romana solamente con l’occhio del pittore. Li amo il dandy e tutto il resto. Credo che l’espressione naturale di queste belle forme li animerà ancora.  Di certo non c’è mai stato un popolo che abbia dimostrato un cuore migliore di quanto esso non faccia in questi giorni…“(3).

Dal 19 aprile al 2 dicembre del 1848 la Fuller non inviò più lettere a New York. Dalla sua relazione con il marchese Ossoli, con tutta probabilità non regolarizzata da matrimonio, era nato un bambino, Angelo. Risolti temporaneamente alcuni aspetti di natura pratica (il bambino non poteva essere tenuto a Roma se non a prezzo di uno scandalo terribile), la Fuller riprese a redigere altre lettere per la Tribune. Da quelle si evidenziano, in un tragico climax, l’iniziale fiducia per la libertà e indipendenza di Roma tuttavia già offuscata dalla constatazione che la città era sola e accerchiata, l’angoscia per il precipitare degli avvenimenti e infine l’autocoinvolgimento che le fece abbandonare il ruolo di testimone per scegliere quello di protagonista. Durissimo fu il suo giudizio su Pellegrino Rossi, un personaggio di comodo che era giunto a Roma in qualità di ambasciatore di Francia, e sulla fuga del Papa:

Il popolo si stava inasprendo sempre più a causa degli sfrontati provvedimenti di Pellegrino Rossi e della mortificazione di vedere Roma rappresentata e tradita da uno straniero.”. (4) […] “Quando ho scritto l’ultima volta il Papa era fuggito a Gaeta guidato, come lui dice «dalla mano della Provvidenza»: ma dalla mano dell’Austria crede invece l’Italia. S’era già macchiato le candide vesti e disonorato per sempre colmando di benedizioni il re di Napoli e le bande di mercenari che assolda per assassinare i suoi sudditi quando questi, trovandosi nelle condizioni più disperate, danno il minimo segno di inquietudine. S’era comportato in modo estremamente vile facendo delle promesse che non intendeva mantenere, fuggendo clandestinamente e di notte nella carrozza di un diplomatico straniero e dichiarando che tutto ciò che aveva fatto precedentemente era nullo poiché egli aveva agito per paura, come se un’affermazione simile fosse ammissibile per colui che si compiace d’essere il rappresentante di Cristo e dei suoi discepoli e il custode dell’eredità dei martiri!” (5).

Il 9 febbraio del 1849 venne proclamata la Repubblica Romana. Il 16 aprile la Francia inviò un corpo di spedizione comandato dal generale Oudinot per assediare Roma e abbattere il governo democratico che vi era stato instaurato. Margaret continuò a scrivere, sempre più disperata, mentre il marito combatteva sulle mura per difendere la città. Scrivere in difesa della Repubblica non le sembrò sufficiente. Accettò l’incarico di Cristina Trivulzio di Belgioioso (altra donna straordinaria e coraggiosa) di dirigere l’ambulanza dell’Ospedale Fatebenefratelli e in seguito quella del Quirinale.

Per tutta la settimana ho passato molto tempo negli ospedali dove si trovano questi nobili martiri. […] Tutti loro erano impazienti d’uscire dall’ospedale per tornare al loro posto. Sembrava credessero che chi moriva in modo tanto orgoglioso fosse fortunato; forse avevano ragione, perché se Roma è costretta a cedere –come può resistere contro le quattro potenze senza ricevere aiuti?- dove fuggiranno questi nobili giovani? Sono il fiore della gioventù italiana; soprattutto tra i lombardi ci sono alcuni tra i giovani più nobili che io abbia mai visto.“. (6)

Il 3 luglio Roma cadde. La famiglia Ossoli-Fuller fuggì e si spostò prima a Rieti dove recuperò il piccolo Angelo, poi a Perugia e infine a Firenze. Il 17 maggio del 1850 la famiglia al completo si imbarcò a Livorno su un bastimento diretto verso gli Stati Uniti. La Fuller, si dice, era afflitta da presagi e premonizioni. Aveva ragione. Il capitano, Mr Hasty, morì durante il tragitto a causa del vaiolo. Fu sostituito dal secondo ufficiale, Bangs, che era persona del tutto inesperta. La nave trasportava un carico composto di blocchi di marmo di Carrara che, quando si scatenò una terribile tempesta ormai in prossimità della costa americana, cominciò a spostarsi rendendo la nave ingovernabile. La notte tra il 19 e il 20 luglio 1850 la nave, incagliatasi in un banco di sabbia, si spezzò e affondò. In pochi si salvarono nonostante la spiaggia di Fire Island fosse lì, ad appena un centinaio di metri. Margaret Fuller, Angelo Ossoli e Angelino perirono nel naufragio e solo dell’ultimo fu recuperato il corpo.

La spiaggia di Fire Island non lontana dalla città di New York

Nel cimitero di Mount Auburn presso la città di Cambridge Massachusetts, una stele ricorda la sfortunata famiglia con la seguente iscrizione:

In memoria di

Margaret Fuller Ossoli

nata a Cambridge, Massachusetts il 23 maggio 1810.

Per nascita figlia del New England

per adozione cittadina romana

per genio cittadina del mondo.

In gioventù

un’insaziabile studiosa anelante la più alta cultura.

Nel fiore degli anni

insegnante, scrittrice, critico letterario e d’arte.

In età più matura

compagna e sostenitrice di molti

tra i più sinceri riformatori in America e in Europa

e del proprio consorte

Giovanni Angelo Marchese Ossoli

che rinunciò al proprio rango, posizione sociale e casata

per la Repubblica Romana,

per la moglie e il figlio

e di

Angelo Eugene Philip Ossoli

nato a Rieti, Italia il 5 settembre 1848

le cui ceneri riposano ai piedi di questa stele.

Si dipartirono insieme da questa vita

nel naufragio del 19 luglio 1850.

Videoclip “La Repubblica Romana 1849” a cura di BOLOGNA150ITALIA

______

Via Margaret Ossoli Fuller a Villa Sciarra

_________________________________________________________________

(1) Lettera settima scritta il 29 marzo 1848.

(2) Lettera decima scritta il 2 dicembre 1848.

(3) Lettera terza scritta il 17 dicembre 1847.

(4) Lettera decima scritta il 2 dicembre 1848.

(5) Lettera undicesima scritta la sera del 20 febbraio 1849.

(6) Lettera quindicesima scritta il 10 giugno 1849.

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