UN EROE IRLANDESE CONTRO GLI ORRORI DEL COLONIALISMO. Il fantasma di Sir Roger Casement bussa due volte: pubblicato dalla casa editrice fuorilinea “Il rapporto sul Congo” e da Einaudi “Il sogno del Celta”, romanzo del premio Nobel Vargas LLosa.

Ritratto del giovane Roger Casement

Roger Casement non faceva nulla per farsi notare. Anzi. Tutti lo ricordavano come un uomo schivo, che temeva perfino di essere fotografato. Eppure era difficile non accorgersi della sua presenza. Era alto, molto più della media, di portamento elegante, misurato nei gesti. Chi lo conosceva subiva la seduzione irresistibile della voce, calma e profonda, la passione con cui riferiva ciò che sapeva o che aveva visto in quasi vent’anni di peregrinazioni nel cuore nero dell’Africa. Era capace di tener vivo per ore l’interesse di chi lo ascoltava. Conrad, che lo aveva conosciuto in Congo nel 1890, raccontò di averlo incontrato anni dopo in un ristorante di Londra. In quell’occasione Casement aveva iniziato a narrargli alcuni dettagli raccapriccianti sui metodi criminali impiegati dai belgi nella raccolta forzosa del caucciù. Dal ristorante si erano quindi trasferiti allo Sports Club ove Casement, imperterrito, aveva proseguito il suo racconto fino alle tre del mattino. Ricordando forse proprio quella serata, Conrad scrisse: “Ve ne potrebbe dire di cose! Cose che ho cercato di dimenticare, cose che nemmeno sapevo! Ha trascorso in Africa tanti anni per quanti mesi ve ne ho passati io.”. È possibile che l’abominevole Mistah Kurtz descritto da Conrad in “Cuore di tenebre“, eponimo di ogni orrore -e “che orrore“- abbia i caratteri del criminale belga, Guillaume van Kerckhoven, comandante della famigerata Force Publique, conosciuto dal Casement nel 1887. Costui gli aveva confidato, con tono ilare, di pagare la sua soldataglia al termine delle abituali rappresaglie sui nativi, 5 barrette d’ottone (¼ di franco belga) per ogni testa d’uomo che gli veniva mostrata. Casement, a quel tempo, era membro della spedizione organizzata da Henry Shelton Sanford per esplorare il fiume Congo a fini scientifici e commerciali.

Quella rivelazione mostruosa si era sommata ai fatti dei quali era già stato testimone oculare e ad altri ancora di cui era venuto a conoscenza a partire dal 1900 quando era stato nominato console inglese a Boma. Quando nel 1903 fu incaricato dal Foreign Office di indagare sulle violenze nello Stato Libero del Congo in danno di sudditi inglesi di colore, scoprì una verità agghiacciante al termine di un “viaggio all’inferno” durato tre mesi: da anni era in atto un genocidio, il primo del XX secolo. Risalì il fiume Congo e raggiunse aree un tempo densamente popolate ora quasi del tutto disabitate. Annotò ciò che vide, contò i sopravvissuti di tribù popolose, ascoltò le testimonianze che descrivevano i massacri, le mutilazioni, la riduzione in schiavitù, la criminale sottrazione di risorse in cambio di ridicole contropartite.

Fanciulli con la mano mozza. Le vittime di questo e di altri tipi di mutilazione erano migliaia.

 Al suo ritorno compilò il Rapporto sul Congo presentato poi , nel 1904, al parlamento britannico. Il documento, una denuncia coraggiosa e inoppugnabile, suscitò nell’opinione pubblica un’ondata di indignazione senza precedenti. Lo stesso anno Henry Grattan Guiness ed Edmund Dene Morel fondarono la Congo Reform Association. Espressero pubblicamente il proprio sostegno all’associazione -che fu la prima del XX secolo in difesa dei diritti umani- gli scrittori Arthur Conan Doyle, Joseph Conrad e Mark Twain. Il nome di Casement si legò indissolubilmente all’eccezionale movimento d’opinione promosso -anche se non apertamente, dato che era un diplomatico-  insieme a Morel e a Grattan Guiness. Divenne famoso, ricevette le insegne di Cavaliere direttamente dalle mani del re. Ma era Irlandese, e lo era fino al midollo, in un’epoca in cui l’irredentismo gaelico cominciava ad avere un seguito sempre più largo e minaccioso. Si avvicinò alla causa dell’indipendenza con lo stesso entusiasmo e intransigenza con cui aveva combattuto la barbarie europea in Africa e in sud America. In modo decisamente aperto trascurando quelle cautele che una simile scelta imponeva. A partire dal 1914 Casement entrò in contatto con il servizio segreto germanico per ottenere dallo stato tedesco una sorta di riconoscimento della futura nazione irlandese. Fu arrestato a Banna Strand, Contea di Kerry, nel tentativo di far sbarcare un carico d’armi destinato all’insurrezione dublinese del 24 aprile 1916. Processato per tradimento, spionaggio e sabotaggio fu impiccato a Pentonville il 3 agosto 1916.

Mercoledì 19 luglio 1916 – Il Daily Mirror pubblica in prima pagina il rigetto dell’appello per la commutazione della pena.

Le autorità britanniche, prima di sopprimerlo, vollero distruggerne la reputazione facendo circolare copie dei suoi diari nei quali emergevano note scandalose sulle proprie attività e preferenze sessuali. Ancora oggi non è possibile stabilire al di là di ogni ragionevole dubbio se i cosiddetti black diaries siano autentici o siano un abile falso realizzato dai servizi segreti britannici. Dal 2002 la contesa tra innocentisti (definiti spregiativamente Casementalists) e colpevolisti ha assunto toni particolarmente veementi soprattutto dopo la pubblicazione delle perizie forensi con le quali sono stati dichiarati autentici alcuni campioni di scrittura estratti dai diari. Mario Vargas Llosa afferma: “La mia personale impressione -quella di un romanziere è chiaro- è che Roger Casement scrisse i famosi diari, ma non li visse, almeno non integralmente, che vi siano dentro di essi molte esagerazioni e invenzioni, che scrisse certe cose perché le avrebbe volute ma non potuto viverle.”

Per gli Irlandesi Casement è un eroe nazionale e basta. Nel 1965 le sue spoglie, chiuse per 49 anni nella calce di una fossa a Pentonville, furono esumate, portate a Dublino e accolte come si accolgono gli eroi che tornano: con solenni funerali di stato alla presenza del Presidente De Valera unico sopravvissuto dell’insurrezione del 1916.

Il “Rapporto sul Congo” è ancora oggi un documento di eccezionale valore morale scritto da un uomo che è stato – come sottolinea Vargas Llosa- “uno dei primi europei ad aver avuto una chiara coscienza di cosa fosse realmente il colonialismo”. Nel “Sogno del Celta” lo scrittore peruviano immagina Casement chiuso in una cella in attesa della commutazione della pena capitale o della sua esecuzione. Un narratore onniscente descrive le visite che riceve e il suo travaglio morale e spirituale. Con metodo analettico ripercorre gli avvenimenti fondamentali della sua vita divisi in tre grandi capitoli: Congo, Amazzonia e Irlanda.

Io lo immagino sorretto e confortato, prima in cella poi lungo il percorso dalla cella al patibolo, da un lungo corteo di anime: quella di chi gli chiese aiuto e fu ascoltato anche se era notte fonda o mancava il traduttore, di chi era in foreste allagate e troppo lontano per essere raggiunto, ma fu ugualmente visitato, di chi  mostrava le ferite imputridite o membra mutilate che Casement rese indimenticabile tramandandone il nome e le preghiere accorate (Manjunda, Epondo, Ikabo, Lokoto,…) . Perfino le anime di coloro cui il console, non potendo fare altro, dedicò comunque un pensiero:  ” e mi ero tristemente convinto che quelle genti, dietro la cortina di alberi in molti villaggi della foresta che non potevo visitare, avessero diritto a un’amministrazione civilizzata presente in mezzo a loro con agenti ben diversi da quei selvaggi chiamati eufemisticamente “guardie forestali”. […] Non avevo tempo per fare altro se non visitare il villaggio di Bosunguma e in quel villaggio avevo soltanto il tempo necessario per investigare sull’accusa mossa da Epondo. Il territorio è, inoltre, per lo più una foresta paludosa e le difficoltà per attraversarla sono molto grandi. Sarebbe stata necessaria una spedizione ben  equipaggiata e non avevo a disposizione i mezzi per un’inchiesta esaustiva. Mi appariva dolorosamente chiaro che i fatti portati alla mia conoscenza in tre giorni di permanenza a Ikanza-na-bosunguma avrebbero ampiamente giustificato la più accurata delle indagini sull’impiego di uomini armati nella regione, apparentemente dipendenti impegnati in attività commerciali, e sull’uso che facevano delle armi loro assegnate.”.

Casement ascese sereno e ineffabile i suoi ultimi gradini e il boia Mr Ellis ne fu inquietato. Scrisse nelle sue memorie: “Mi è apparso come il più coraggioso degli uomini. Mi è costato molto giustiziarlo“.

Fuorilinea conferma la sua coraggiosa politica editoriale pubblicando nella collana “Terre emerse” la prima traduzione italiana del Rapporto sul Congo.  La concomitanza della pubblicazione del romanzo di Vargas LLosa è un’ulteriore occasione  per riconsiderare una delle figure più controverse e contraddittorie del primo Novecento per la quale, secondo LLosa, si deve “accettare che un eroe e un martire non è un prototipo astratto nè un modello di perfezione ma un essere umano, fatto di contraddizioni e contrasti, debolezze e grandezze, poiché un uomo, come ha scritto Josè Enrique Rodò, ‘è molti uomini’, il che vuol dire che angeli e demoni si mescolano nella sua personalità in modo inestricabile.”

Intervista al curatore del Rapporto sul Congo su RAI_LETTERATURA 

Presentazione del libro presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università “La Sapienza” a Roma il 24 maggio nell’ambito della Giornata Mondiale per l’Africa.

Sito della casa editrice:http://www.fuorilinea.it/rapporto%20sul%20congo1.htm

Dove acquistare il libro:

Amazon Italia   IBS   ITALIADVD

Per consultare l’articolo sulla precedente pubblicazione della casa editrice fuorilinea:

https://artmasko.wordpress.com/2010/02/14/cio-che-sadaat-hasan-manto-sapeva-pubblicato-dalla-casa-editrice-fuorilinea-%e2%80%9cil-prezzo-della-liberta-e-altri-racconti%e2%80%9d/

VIDEO

L’insurrezione a Dublino del 24 aprile 1916 raccontata da Neil Jordan in “Michael Collins”. Nella fase iniziale del film il regista ricostruisce le fasi finali dell’assedio inglese al General Post Office di Dublino. In quell’edificio si erano asserragliati i comandanti dell’insurrezione: Padraig Pearce, Joseph Connolly (fucilato poi su una sedia perché ferito gravemente a un’anca), Eamon De Valera (interpretato da Alan Rickman, divenne in seguito il primo presidente della Repubblica d’Irlanda), Michael Collins (interpretato da Liam Neeson) e altri.

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