TORNA A CASA WALLY! Un tribunale americano fa ricongiungere, iconicamente e a caro prezzo, l’austriaco Egon Schiele con l’amante Valerie.

Welz osservava famelico i preziosi dipinti che, come tessere di un mosaico, si affollavano sulle pareti di casa Bondi Jaray. Il suo aspetto innocuo – quello di un impiegato, di un commerciante o forse di un doganiere in borghese- non aveva ingannato né Lea Bondi né il marito quando, non annunciato, si era presentato alla porta del loro appartamento. L’untuoso, sfuggente, obliquo Welz li aveva seguiti in un’ampia sala senza lo scambio di alcuna formula di cortesia. Per soprammercato si era guardato attorno come l’impresario di una ditta di traslochi che prenda mentalmente nota  degli ingombri. “Voi sapete certamente -esordì senza preamboli- che tutte le gallerie d’arte sono state arianizzate.” L’attenzione di Welz, mentre parlava, si era fissata sul dipinto di una ragazza di appena diciassette anni, grandi occhi cilestrini e capelli rossi. L’aveva riconosciuto subito, si capisce, Welz era un appassionato d’arte e un indefettibile estimatore di Egon Schiele. Era il ritratto di Valerie Neuzil, detta Wally, modella e musa e del pittore.

Quest’opera – puntò l’indice un po’ ricurvo verso il ritratto- come le altre del resto, possono essere detenute, esposte o negoziate esclusivamente da cittadini austriaci di provata discendenza ariana. Ma questo, chiaro, non è il vostro caso.” Lea ribatté:  “Questa è una collezione privata, non una galleria pubblica. Le leggi sull’arianizzazione si riferiscono esclusivamente alla sfera pubblica.”

Friedrich Welz non si scompose. “Agli ebrei non è concesso di possedere opere d’arte che al contrario devono essere a disposizione del Reich o affidate ad ariani per la loro pubblica esposizione .” Lea guardò il marito in cerca di aiuto. L’uomo rispose con uno sguardo implorante. “Inoltre -proseguì l’ineffabile Welz- io posso garantire la sopravvivenza del dipinto. Se cadesse nelle mani sbagliate potrebbe essere associato alle opere di quegli imbrattatele che il Reich considera entartete Kunst (1). Ci vuole poco, sapete.”. “No, no e poi ancora no!” gridò Lea “Questi non sono degli oggetti qualsiasi di cui ci si può liberare senza rimpianti. I quadri ci appartengono e basta. Sono parte della nostra vita. Wally e le altre tele rimarranno con noi.”.

Welz saggiò allora la resistenza del marito. “Forse herr Jaray è più ragionevole. Dica Sandor la posso chiamare per nome?- non vorrebbe convincere l’ostinata consorte? Mettiamola così: loro mi affidano la Wally tanto per cominciare e io ne sarò il più fedele custode. Ecco, custode è il termine più appropriato. Sarebbe una sistemazione onorevole della faccenda.” Sandor Jaray era sfinito da quel tira e molla. Aveva 69 anni, tre anni prima aveva perso la prima moglie e si era risposato  poco dopo con Lea Bondi. C’era stata una breve pausa felice, poi una sequenza infernale di eventi nefasti: nel ’38 l’Anschluss, a seguire l’arianizzazione e adesso quel tafàno.  Disse: “Stiamo per espatriare. Potremmo partire addirittura domani. Non possiamo portarcelo dietro. Tu sai quello che lui può fare.”. Crollato l’ultimo debole puntello sul quale riponeva qualche speranza di resistere, Lea si arrese. Scagliò un’invettiva in yiddish e si rifugiò in preda a una crisi di nervi in camera da letto.

Lea Bondi  narrò dettagliatamente ciò che avvenne in quella ferale giornata del 1939, ventisette anni dopo,  in una lettera a Otto Kallir proprietario della Galerie St. Etienne in Manhattan.

Welz, scrisse, era riuscito a spuntarla proprio il giorno prima della loro fuga da Vienna. Si erano rifugiati a Londra e non erano mai riusciti a recuperare l’amata Wally.

Che ne fu di Welz?

Welz era iscritto al Partito Nazional Socialista e possedeva una propria galleria, la Landesgalerie di Salisburgo: l’aveva creata con l’arianizzazione della Galerie Würthle  di Vienna, con l’acquisizione forzosa della collezione del dottor Heinrich Rieger  (morto successivamente nel campo di concentramento Theresienstadt) e con lo shopping a mani basse nella Parigi occupata dai nazisti. Era uno di quegli individui che non lasciano traccia di sé, dei quali è praticamente impossibile ricordare il volto. Uomo banale, ma tenace, senza una vera preparazione culturale. I suoi studi non erano stati coronati da risultati brillanti e, in fatto d’arte, era  praticamente un autodidatta,  dotato, tuttavia, di un fiuto eccezionale per gli affari. Non era un vero studioso, al massimo lo si poteva definire un connaisseur. Candidato ideale per interpretare con zelo il ruolo dell’attaché artistico del regime nazista del quale fu fedele custode ed esecutore delle istruzioni in materia di opere d’arte. Seppe, tuttavia, far coincidere le necessità del Reich con i propri affari. Era una dote innata che poteva spendere convenientemente quale che fosse il regime al potere. Dopo essere stato detenuto per due anni in un campo di prigionia americano, sospettato di aver commesso crimini contro gli ebrei, ricostruì senza fatica la sua esistenza ricominciando dal punto in cui gli eventi lo avevano fermato: il collezionismo compulsivo di dipinti di Schiele e degli espressionisti. Anzi. Facendosi scudo dell’amicizia con Oskar Kokoschka acquisì un ruolo di primo piano sulla scena culturale della Salisburgo degli anni ’50 e ’60. Chi si ricordava più del suo passato? Coloro che avevano avuto la ventura di conoscerlo bene erano fuggiti all’estero o erano passati a miglior vita. Ancora oggi sono rarissime le fotografie che lo ritraggono nel dopoguerra ed è praticamente impossibile rinvenire sue immagini risalenti al periodo nazista. Una, però sfuggì all’attento controllo di uomo cauto: quella pubblicata su Life del 23 giugno 1961 che lo ritrae insieme a Kokoschka dopo una lezione tenutasi nella scuola d’arte fondata dal famoso pittore e da Welz ormai assurto a patrono delle arti saliburghesi.

23 giugno 1961: LIFE pubblica alcune foto di Kokoschka e Welz (individuato dal cerchio rosso)

Che cosa abbia indotto Kokoschka ad associarsi a Weltz non è chiaro. Soprattutto se si considera che era stato perseguitato dai nazisti e costretto a espatriare. Era afflitto, forse, da una vanitas tardiva che lo spingeva a conquistare l’attenzione dei critici e degli studiosi dopo essere stato a lungo trascurato. Era stufo di  indossare i panni del reietto in perfetto stile espressionista.

La Wally sottratta alla Bondi fu confiscata nel 1945 dagli americani i quali, dopo averla inclusa erroneamente nell’elenco delle opere del defunto Rieger,  la restituirono ai suoi eredi. Questi a loro volta la vendettero (senza averne titolo) al governo austriaco che la inserì nella Österreichische Galerie Belvedere.

Rudolph Leopold, un oftalmologo famoso più per il collezionismo di opere d’arte che per la professione medica, la acquistò nel 1954 pur non ignorando che nel catalogo ante guerra delle opere di Schiele, redatto da Otto Kallir, l’opera risultava nella collezione privata di Lea Bondi.

Veniamo ai giorni nostri.

Il dipinto fu inviato nel 1998 al MoMa di New York per una mostra dal museo Leopold di Vienna. Proprio al momento di lasciare il suolo americano fu confiscato dalle autorità doganali a seguito dell’azione legale intrapresa dall’Estate of Lea Bondi Jaray.

Nell’ottobre del 2009 la Corte Distrettuale di New York, presieduta dal giudice Loretta Preska, ha stabilito che il dipinto doveva considerarsi, sotto ogni profilo, proprietà di Lea Bondi. Un accordo extragiudiziale, prima della decisione definitiva della corte (prevista per il 26 luglio 2010), ha risolto la controversia in modo definitivo: Il Leopold Museum pagherà 19 milioni di dollari ai legittimi proprietari i quali in cambio rinunceranno alla richiesta di restituzione. Sulla cornice del dipinto dovrà essere esposta, tuttavia, una didascalia che informerà i visitatori del fatto che l’opera fu sottratta a Lea Bondi dal nazista Welz.

Egon Schiele, Häuser mit bunter Wäsche, Vorstadt II.

Il Museo Leopold, per dotarsi della somma pattuita, metterà all’asta un altro dipinto di Schiele : Häuser mit bunter Wäsche, Vorstadt II.

A ciascuno il suo si potrebbe dire.

In ogni caso non deve essere dimenticato che lo stato austriaco e la città di Salisburgo hanno conferito a Welz, rispettivamente, il Professorentitel e la carica di Ehrensenator dell’Università di Salisburgo.

Ma a questo nessun tribunale americano potrà provvedere.

Video pubblicato su VIMEO a cura di theartVIEw  intitolato “Visiting “Wally” at Leopold Museum”.

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(1) arte degenerata. Schiele non fu mai incluso nell’elenco degli artisti degenerati compilato da Adolf Ziegler per conto di Goebbels.

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Collegamento ad altro articolo su Schiele:

https://artmasko.wordpress.com/2010/03/10/il-treno-dei-desideri-nascosti-l%e2%80%99arte-di-schiele-e-klimt-nell%e2%80%99austria-a-un-passo-dal-precipizio-la-mostra-schiele-e-il-suo-tempo-a-milano/


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Un pensiero su “TORNA A CASA WALLY! Un tribunale americano fa ricongiungere, iconicamente e a caro prezzo, l’austriaco Egon Schiele con l’amante Valerie.

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