L’OCCHIO SENZA PALPEBRE DI DIANE ARBUS: MALEDIZIONE E BELLEZZA MEDUSEA DEL POPOLO DELL’AUTUNNO.

Diane Arbus mostra una delle sue foto più famose

Tra i numeri 228 e 232 della 42^ strada ovest, non lontano da  Times Square, esisteva un locale curioso, malamente illuminato, sordido, conosciuto col nome di Hubert’s Museum. Per 25 centesimi era possibile godersi una delle numerose attrazioni che i manifesti a colori sgargianti pubblicizzavano accanto al botteghino: v’era una donna chiamata Olga con una ipertricosi facciale abnorme e peli dalla lunghezza media  di 33 centimetri, Susy una donna dall’epidermide rugosa e spessa simile a un elefante, Zero il reduce della prima guerra mondiale con il volto sfigurato in modo orripilante, la Principessa Wago che danzava avvolta tra le spire di un pitone, Lady Estelline divoratrice di spade e altri fenomeni che sembravano partoriti dall’immaginazione di un Victor Hugo. Nel seminterrato, il sedicente prof. Heckler, azzimato come un vero docente universitario, intratteneva gli astanti con il circo delle pulci le cui evoluzioni potevano essere seguite attraverso una lente d’ingrandimento.

A partire dal 1957 quel consesso di anomalie spettacolarizzate fu frequentato assiduamente dalla fotografa Diane Nemerov. La trentaquattrenne, moglie di Allan Arbus fotografo lui medesimo, aveva seguito gli insegnamenti di Lisette Model una fotografa austriaca famosa per il realismo non convenzionale.  La Nemerov dichiarò a Newsweek: “Finché non studiai con Lisette sognavo di far fotografie, ma non le facevo davvero. Lisette mi disse che dovevo divertirmi nel farlo…”. Diane subì un’irresistibile attrazione per le creature bizzarre dell’Hubert’s, sotto molti aspetti dei freaks,  le riprese più volte e spesso ne condivise la compagnia. I freaks non sono un’eccezione nell’ordine naturale, ma una presenza scomoda alla quale si impone, in genere, una condizione di non-visibilità. Con la sola eccezione dei baracconi e dei circhi. Con i suoi scatti la fotografa restituì a quella presenza uno status paritario, la sottrasse alla condizione fantasmatica di metafora del male nella quale è solitamente relegata dalla cultura occidentale e in particolare da quella anglosassone, protestante e puritana.

 

Il Popolo dell’Autunno descritto da Ray Bradbury in un famosissimo romanzo, con la sua corte di inquietanti personaggi –l’uomo illustrato, lo scheletro, l’uomo elettrico, la strega della polvere, la donna nel blocco di ghiaccio- somiglia molto a quel circo degli orrori frequentato dalla Arbus fuori e dentro l’Hubert’s Museum.  Così lo evoca uno dei personaggi, Charles  Holloway,  ricordando un sermone udito molto tempo prima:

Per questi esseri l’autunno è una stagione normale, l’unica stagione e non v’è per loro altra scelta. Da dove vengono? Dalla polvere. Dove vanno? Verso la tomba. È sangue quello che scorre nelle vene? No è il vento della notte. Che cosa pulsa nella loro testa? Il verme. Che cosa parla attraverso le loro bocche? Il rospo. Che cosa guarda attraverso i loro occhi? Il serpente. Che cosa ode attraverso le sue orecchie? L’abisso tra le stelle. Scatenano il temporale umano per le anime, divorano la carne della ragione, riempiono le tombe di peccatori. Si agitano freneticamente. Corrono come scarafaggi, strisciano, tessono, filtrano, si agitano, fanno oscurare tutte le lune e rannuvolano le acque chiare. La ragnatela li ode, trema e si spezza. Questo è il popolo dell’autunno. Guardatevi da loro.”

Il titolo originale del libro “Something wicked this way comes” cioè “Qualcosa di malvagio si avvicina (o sta per accadere)”, fu ripreso da Bradbury dall’atto IV scena prima del Macbeth: la seconda strega formula il presagio percependo un formicolio nei pollici (“by the pricking of my thumbs something wicked this way comes“). Fatto straordinario, ma non troppo, le streghe del Macbeth nel primo atto gridano “il bello è brutto e il brutto è bello.“.

Nel mondo visibile, utilizzando un modello spaziale di tipo cristallografico,  ciascuna sfaccettatura del bello possiede una sua faccia gemella simmetrica e opposta tra le innumerevoli varietà del brutto. La Arbus volle forse accogliere, in negativo, l’invito di Giovan Pietro Bellori, teorico seicentesco dell’arte, il quale suggeriva agli artisti di “misurare la natura con il compasso dell’intelletto” al fine di sopprimerne le irregolarità causate dalle imperfezioni della materia. Un’empatia non comune verso le esistenze vilipese, in genere persone che non temono la propria immagine perché hanno superato il trauma del vedersi riflesse in uno specchio, orientò la fotografa verso ciò che è sgradevole, grottesco, inguardabile.

Nietzsche nel Crepuscolo degli Idoli affermava: “nel bello l’uomo pone sé stesso come norma della perfezione … Il brutto viene compreso come un accenno e un sintomo della sua degenerescenza“. Questi accenni e sintomi mostruosi si sostanziavano nelle fotografie della Arbus in modi diversi: v’era una mostruosità subìta (tutte le possibili deformazioni del volto o del corpo), agìta ( propria cioè delle azioni come tatuarsi completamente il corpo, ingoiare spade, camminare sui chiodi, contorcere il corpo o adottare posture innaturali) e perfino una mostruosità indotta (come nel caso del bambino con la granata e delle due gemelle).

In tutti i casi la Nemerov, si avvicinava terribilmente al soggetto. Era dotata di un occhio senza palpebre e di una pupilla dilatata che sembrava inglobare i corpi frontalmente senza eccezioni o riduzioni. Era a suo agio nel mondo dei freaks. Vi riconosceva un’affinità. Era stata anche lei invisibile. Per il mondo non possedeva un nome giacché Arbus era quello del marito e in base alle leggi americane una donna sposata perdeva il suo cognome per sempre. Era stata a lungo la sua assistente e aveva dovuto faticare per conquistare una sua propria dimensione professionale e artistica Il valore del suo lavoro era riconosciuto da una ristretta cerchia di specialisti. Nel 1965 il MoMA presentò tre sue fotografie in una mostra dal titolo “Acquisizioni recenti”. La reazione del pubblico fu scomposta. Ogni giorno le fotografie dovevano essere pulite dagli sputi dei visitatori. Il primo vero grande successo l’ottenne nel 1967 con un nuova mostra al MoMA. Aveva già 44 anni e soffriva da tempo di crisi depressive. Non disponeva di danaro a sufficienza così fu costretta a tenere un corso di fotografia per poter acquistare una pentax 6X7.

Il 26 luglio del 1971 ritornò a essere invisibile, questa volta per sempre: ingerì una dose letale di barbiturici e si tagliò le vene nella vasca da bagno della sua casa presso i Westbeth Apartments a NY. Si era avvicinata troppo ai soggetti.

Questa storia ha un seguito.

Nel 2003 un collezionista di libri rari, Bob Langmuir, acquistò una collezione di vecchi documenti e fotografie possedute da Charlie Lucas, una delle vedette dell’Hubert’s Museum: tra le carte rinvenne 21 stampe fotografiche che suppose ricavate da scatti originali di Diane Arbus fino a quel momento sconosciuti. Nel tentativo di far riconoscere l’autenticità delle foto si rivolse al MoMA, al Whitney Museum of America Art, alla Fondazione Arbus: lo stress procuratogli dagli incontri gli provocò un esaurimento nervoso, un ricovero in clinica psichiatrica e il divorzio dalla moglie. Come se non bastasse chi gli vendette l’archivio intentò causa dichiarando di aver accettato il prezzo pattuito solo perché ignorava l’esistenza degli scatti della Arbus, cosa che, a suo dire, era ben nota all’acquirente. La maledizione di quelle foto sembra perseguitare chiunque vi si avvicini. Stanley Kubrick che ben conosceva la Arbus le dedicò due “citazioni” terrorizzanti nel film “Shining”: le gemelline che appaiono nel corridoio e la donna suicida nella vasca da bagno.

Sull’argomento si veda anche l’articolo “Quel lampo che fluttua nelle immagini perturbanti. Censura e autocensura nell’arte.”

Clip da “Shining”  (il piccolo danny incontra le due gemelle)

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