MORTE DI UN’OPERA D’ARTE. L’INCENERIMENTO DEL SAN MATTEO E L’ANGELO DI CARAVAGGIO.

L’incendio infernale divampato la notte del 5 maggio 1945 all’interno della Flakturm Fredrichschain di Berlino fu definito come «il più grande disastro artistico della storia moderna,» [1] Le Flaktūrme erano torri di babelica smisuratezza costruite a Berlino e in altre città del Terzo Reich quando apparve chiaro che la Luftwaffe non era più in grado di contrastare i bombardieri alleati nei cieli della Germania. Diversamente da quanto scritto e ripetuto in una miriade di siti e blogs che si limitano a riportare pedissequamente il testo della pagina specifica di Wikipedia, le Flaktūrme erano un dispositivo per la difesa aerea articolato in due edifici. La torre Geschützturm era più grande e dotata di un temibile armamento contraereo, la torre Leitturm di medesima altezza, ma di dimensioni inferiori (metri 50x23x44) era equipaggiata con un impianto radar Würzburg Gigant, montato su una piattaforma che poteva scorrere dietro una paratia di cemento armato. In aggiunta al sistema di “avvistamento magnetico”, la torre “L” era dotata solo di batterie contraeree leggere.

Bau eines Flak-Turmsq

L’immagine, pubblicata sulla pagina di Wikipedia relativa all’incendio di Friedrichschein, si riferisce a un’altra flakturm: le torrette con le batterie contraeree sono infatti circolari anziché poligonali.

Le due torri, poco distanti l’una dall’altra (circa 400 metri in linea d’aria), erano in comunicazione attraverso un condotto sotterraneo attraverso il quale si snodavano i cavi per la trasmissione dei dati inviati dalla torre L a quella G: le informazioni trasmesse riguardavano l’alzo dei cannoni binati da 128 mm, la direzione rilevata degli aerei nemici, la distanza dal presidio antiaereo. Sul finire della guerra fu trasferito nelle Flaktūrme berlinesi un ingente quantitativo di opere d’arte per salvarle dai continui raid degli alleati. In particolare furono riallocate le opere provenienti dal Kaiser Friedrich Museum, lo Schloss Museum, il Deutsches Museum e il Museum für Völkerkunde. Per dare un’idea dell’enorme sforzo prodotto in condizioni belliche proibitive basti considerare che 1500 metri cubi di casse (compreso l’altare di Pergamo) furono spostati nella Flakturm dello Zoo, 735 metri cubi a Friedrichschain, 1050 metri cubi nella Reichsmūnze (la zecca). Quello che sfugge ai più è che le opere sistemate a Fredrichschain erano nella Leitturm (torre piccola) e non in quella grande, secondo le testimonianze, al primo piano. Un inventario effettuato a guerra conclusa da Christopher Norris annoverava 417 opere tra le quali 158 d’arte italiana, 89 d’arte olandese, 54 d’arte fiamminga, 67 di arte tedesca, oltre a molti altri capolavori d’arte spagnola, francese, inglese.

In quella moltitudine di capolavori, tra antichi e moderni, v’erano tre dipinti del Caravaggio e tra quelli la prima versione del “San Matteo e l’Angelo” di cui ho trattato in un precedente articolo.  Berlino era già stata occupata dall’armata rossa quando nella Flakturm “L” divamparono due incendi. Il primo fu domato, il secondo invece si sviluppò incontrollato per cinque giorni, dal 5 al 10 maggio. Il presidio tedesco aveva disertato la torre durante le fasi convulse della presa di Berlino e gli occupanti russi non avevano ascoltato gli accorati appelli dei curatori dei vari musei perché vigilassero sulle opere d’arte. [2]

Si racconta che il comandante di una delle “brigate per la ricerca di opere d’arte” istituita da Stalin, Andrei Belokopitov (ex direttore del Teatro dell’arte di Mosca) si sia recato nella torre per verificare le sue condizioni all’interno. “Quando fu aperta una pesante porta tagliafuoco d’acciaio le statue di marmo iniziarono a sbriciolarsi e a polverizzarsi davanti ai suoi occhi. Belokopitov fu l’ultima persona a vedere le sculture intatte.”[3]  Naturalmente le statue di bronzo si erano già liquefatte e i dipinti non erano altro che cumuli di cenere. Le circostanze riportate da Ivan Lindsay nel saggio “The History of Loot and Stolen Art” appaiono tuttavia quanto meno dubbie se si considera che per un incendio di quelle proporzioni la temperatura interna dell’edificio doveva aver raggiunto dei picchi proibitivi tali da non poter nemmeno poggiare i piedi sul solaio. Inoltre i gas sprigionati dalla combustione avrebbero richiesto, per poter sopravvivere, un equipaggiamento speciale che è dubbio i sovietici possedessero. [4]

È certamente una circostanza degna di interesse il fatto che Belokopitov cadde in disgrazia perché si appropriò di opere d’arte altrimenti destinate ai musei russi.

C‘era un Caravaggio nel suo bottino personale?

Mi occupo raramente della distruzione di opere d’arte, trovo più seducente ragionare su opere scomparse che, magari per un miracoloso coacervo di circostanze, potrebbero un giorno riapparire. Qualche settimana addietro una studentessa mi ha chiesto di visionare un suo lavoro nel quale era presente un approfondimento proprio sulla prima versione di San Matteo e l’angelo. Una richiesta in particolare appariva decisamente puntigliosa: voleva che le dicessi con certezza in che modo l’opera era andata distrutta. Si trattava degli effetti di un bombardamento o piuttosto delle conseguenze nefaste di un incendio in un deposito? La guerra era ancora in corso o era finita da qualche giorno? In realtà non v’era nulla da stupirsi per quelle richieste: proprio io avevo sempre insistito con lei e con i suoi compagni sulla necessità di verificare minuziosamente le informazioni, fare scrupolose verifiche incrociate, consultare ogni fonte o documento a disposizione. La sua soave fermezza e la lodevole ansia di pervenire a conclusioni certe mi ha indotto a scrivere questo articolo e completare le mie riflessioni sul dipinto di Caravaggio già proposte in questo sito. Per completezza ricordo che il dipinto -in origine destinato alla Cappella Contarelli nella chiesa di S. Luigi dei Francesi a Roma- dopo il rifiuto dei committenti, era entrato nella collezione del marchese Vincenzo Giustiniani come attesta l’inventario del 1638. Nel 1815 gli eredi se ne disfecero per vile pecunia vendendolo al re di Prussia.
Vengo ora al punto. La distruzione di un’opera d’arte può essere definita “morte” utilizzando un termine valido solo per gli esseri viventi? Un’opera d’arte vive? Se consideriamo la variabilità e la molteplicità di effetti psichici, psicologici, culturali che una grande opera d’arte può suscitare nel corso dei secoli, l’energia creativa che continua a fluire e investe le anime più sensibili ben dopo la scomparsa dell’artista eccitandone l’immaginazione e il desiderio di conoscenza, ebbene tutta questa ricchezza ha almeno in parte il potere che si sprigiona dal lavoro di un grande pensatore o di un artista viventi. Come per gli esseri umani, esistono documenti che ricordano l’aspetto delle opere perdute, fotografie, calchi, giudizi che ne qualificano e il ruolo la posizione nel contesto di un’epoca e il peso sulle generazioni a venire. Se l’opera in questione non esiste più tutto quel materiale serve a poco. Si ha l’impressione di voler ricostruire la figura di un defunto osservandone il ritratto fotografico su una lapide. Naturalmente le tecnologie di trattamento digitale delle immagini ci possono aiutare a trasformare una foto in bianco e nero in una a colori. Ma sia le immagini ricolorate sia le copie a colori mostrano drammaticamente la distanza dall’originale se chi l’osserva ha mai avuto la ventura di vedere un Caravaggio da vicino.

Caravaggio, San Matteo e l'angelo, 1602_Kaiser Friedrich Museum Berlino 2 versioni

[1] Christopher Norris articolo sul Burlington Magazine del dicembre 1952 n.597 volume XCIV dal titolo “The disaster at Flakturm Fredrichschain; a Chronicle and list of paintings”.
[2] Uno dei curatori delle raccolte berlinesi Otto Kūmmel si era rivolto senza successo al generale sovietico Nikolai Bersarin comandante della piazza di Berlino. Bersarin perirà un mese dopo l’incendio in un “banale” incidente automobilistico. Il fatto sembra assai curioso  se si considera l’insignificante traffico veicolare del tempo.
[3] Ivan Lindsay, the History of Loot and Stolen Art: from Antiquity until the Present Day.
[4] Articolo di Geraldine Norman sull’Indipendent del 25 giugno 1995 intitolato “Stalin and the spoils of war”.

PRIMA POSTILLA
Nel maggio del 1946 le forze armate russe tentarono di distruggere la flakturm “G” riuscendo solo parzialmente nell’intento. La leitturm, indebolita dal terribile incendio, fu ridotta invece a un cumulo di rovine. In seguito, in base al progetto di Reinhold Linger, furono entrambe ricoperte con detriti e terra in modo da realizzare due colline artificiali del Volkspark di Berlino denominate rispettivamente Grosser Bunkerberg e Kleiner Bunkerberg.

SECONDA POSTILLA

Il fuoco è, è stato e sempre sarà nemico delle opere d’arte. Nel 475 dopo Cristo a Costantinopoli fu distrutto da un incendio il palazzo di Lauso, eunuco di corte e altissimo dignitario della corte imperiale. Lauso era anche un collezionista compulsivo di opere d’arte. Tra le altre opere era presente la statua crisolefantina realizzata da Fidia per il tempio di Zeus a Olimpia e universalmente considerata una delle sette meraviglie del mondo antico. Nessuna opera posseduta da Lauso superò la dura prova dell’incendio.

TERZA POSTILLA

In un raro filmato del 1945, girato dagli alleati, si vedono le Flaktūrme G e L.  Quella L, la più piccola, è visibile a partire dal minuto 2 e 26 secondi.

 

g-turm ora

Volkspark

La posizione delle due torri nel Volkspark di Friedrichschain HTTP://artmasko.wordpress.com

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