GERDA TARO. L’ULTIMA FOTO.


Il 19 gennaio di quest’anno l’edizione on line del Guardian ha pubblicato una foto che ha destato scalpore. La foto era stata postata qualche giorno prima su Twitter da Sir John Kiszely e ritraeva il padre Janos, nell’atto di detergere il volto sanguinante di una donna. Janos Kiszely era stato medico volontario durante la guerra civile spagnola presso l’ospedale dell’Escorial. (1) Fatto senza dubbio notevole, Sir John aveva ricevuto la foto, dopo la morte del padre, da un certo Reg Saxton, un altro volontario che si era prodigato nei reparti sanitari delle Brigate internazionali.
Sir John non aveva mai prestato attenzione a una scritta sul retro che recitava “Fronte di Brunete giugno 1937 (in Torrelodones) Mrs Frank Capa = del giornale Ce Soire di Parigi, uccisa a Brunete”. A parte alcuni errori che potevano essere in qualche modo spiegati, la foto indicava l’identità della donna: era la leggendaria Gerda Taro morta all’alba del 26 luglio 1937 nell’ospedale dell’Escorial.

La foto pubblicata su Twitter da Sir John Kiszely

Come molti sanno Gerda Taro fu la prima fotoreporter di guerra e anche la prima a morire sul campo di battaglia nell’esercizio della sua professione. Sull’argomento scrissi un articolo il 27 novembre 2009 (link). La storia è tornata prepotentemente sotto i riflettori dei media anche grazie a un romanzo appena pubblicato da Helena Jeneczek intitolato “La ragazza con la Leica” che ha vinto il Premio Strega.

Ma torniamo agli errori presenti nella didascalia sul retro della foto. Il primo è riscontrabile nell’indicazione del mese e cioè giugno anziché luglio, il secondo nell’indicazione del nome del compagno di Gerda (Frank invece di Robert o Bob). Non è noto se l’autore della didascalia sia stato lo stesso Saxton o un altro. Certo è che deve essere stata apposta molto tempo dopo in un momento in cui la memoria dei fatti accaduti in quel fatale 25 luglio 1937 si era in parte offuscata.

La didascalia sul retro della foto

Quell’immagine continua a turbarmi. Non è solo il moto di umana pietà che mi coglie nell’osservare una vita spezzata tragicamente. C’è dell’altro. Ho messo da parte il mio disagio e ho tentato di analizzare obiettivamente l’immagine. E infine ho compreso. L’interferenza, come potrei descriverla altrimenti, disturbo forse, è nell’incongruenza dei dettagli. Roland Barthes definisce questa condizione dell’osservatore punctum vale a dire “quella fatalità che [nella fotografia] mi punge, (ma anche mi ferisce e mi ghermisce)”. È l’indefinito o meglio l’impossibilità di definire l’origine del turbamento, è qualcosa di “acuto e soffocato che grida in silenzio. È un lampo che fluttua”. (2) Ecco il punto: la donna nell’immagine non è affatto agonizzante come sostiene qualcuno, è, purtroppo, già deceduta. Qualcuno ha ricucito in fretta e furia le orribili ferite che le hanno devastato l’addome e qualcun altro le ha lavato il corpo. Le lunghe dita affusolate sono pulite, nette, mentre dovrebbero essere coperte dal sangue avendo Gerda trattenuto le viscere con le proprie mani per diverso tempo. Non vanno dimenticate le circostanze note della sua morte: fu travolta dai cingoli di un carro armato “amico” mentre in equilibrio precario sul predellino di un’auto si faceva trasportare nelle retroguardie. Le hanno fatto indossare una lunga camicia candida e il lenzuolo che copre la lettiga è immacolato. Tutto sembra coerente e invece no, avviene qualcosa. Dal naso e dalla bocca scorrono due rivoli di sangue. A ricordarci che in quel decesso non vi fu nulla di ordinato e pulito. Il dottore compie un gesto inutile nel quale infonde però una profonda pietas. È un atto rituale in genere riservato ai congiunti che sistemano meccanicamente qualche dettaglio del corpo in attesa che questo venga chiuso e tumulato. Un altro dettaglio guasta la compostezza dell’immagine: un secondo batuffolo è poggiato con una certa trascuratezza vicino al capo di Gerda in attesa di essere usato.
L’autore dello scatto si è inginocchiato così come ha fatto il giovane dottor Kiszely: li immagino uno di fronte all’altro, in assoluta simmetria, come i cherubini a guardia dell’Arca della Santa Alleanza. Ha ruotato di 90 gradi la fotocamera stabilendo così una composizione di tipo verticale. Un paio di click e l’immagine è pronta per entrare nella storia. Ma poi deve essere successo qualcosa. Osservando il formato (che suppongo proveniente da un negativo 24×36 millimetri avendo scartato come improbabile il 6X6) mi rendo conto che le proporzioni della stampa non sono quelle attese. Un semplice controllo mette in chiaro che la stampa è stata tagliata. Il taglio non è vistoso, ma c’è.

Ipotesi ricostruttiva

Come spiegarlo? Il fotografo in fase di stampa potrebbe essersi accorto di un dettaglio imprevisto (la mano di qualcuno che indica per esempio) che guastava la compostezza dell’immagine. Potrebbe aver danneggiato in modo non irreparabile il negativo e il taglio nasconde il misfatto. Un taglio dell’immagine potrebbe essere stato apportato addirittura in fase di pubblicazione sul web o sul quotidiano. Non sarà mai possibile saperlo. È comunque una di quelle interferenze che continuano a tenere impegnata la mia mente.
Ve ne sono molte. A cominciare dalle circostanze mai chiarite dell’incidente fatale. Si può accettare che una giovane donna sia sospesa pericolosamente e impavidamente sul predellino di un’auto durante il mitragliamento del convoglio di cui faceva parte e accettare allo stesso tempo che un tank “amico” guidato da un equipaggio terrorizzato travolga tutto e tutti? Se v’era un gruppo di persone in condizioni di maggior sicurezza era certamente quello chiuso nel veicolo corazzato. Un tank T26 con equipaggio russo con molta probabilità. Fu mai condotta un’inchiesta? “Willy Brandt – allora capo dell’Ufficio di collegamento del Partito socialista operaio tedesco in Spagna – parlò di assassinio politico”. Fu un caso di isteria politica quello del futuro cancelliere della Germania Federale nel secondo dopoguerra? Già a maggio dello stesso anno a Barcellona era cominciata la guerra interna degli agenti di Stalin contro gli anarchici e trotzkisti della CNT iniziata prima con gli scontri presso la centrale telefonica e proseguita con la liquidazione fisica di tutti i quadri dirigenti del P.O.U.M. (3)
Ero un ragazzo quando lessi per la prima volta di Bob Capa e Gerda Taro. Un compagno di scuola mi consigliò la lettura della rivista “Fotografia italiana” e precisamente il numero 173 del giugno 1972. Buona parte della pubblicazione era dedicata ai fotoreportage di Bob Capa dai vari teatri di guerra. Nemmeno un evento degno di importanza era sfuggito al suo obiettivo. Un ventennio del secolo breve si dipanava sotto i miei occhi con tutto il suo portato di distruzione e violenza. La forza delle foto mi trascinava, mi invitava a essere lì al suo fianco, nascosto come lui dietro un riparo improvvisato. Quasi mi sembrava di vederlo agire velocemente con il pollice sulla leva di trascinamento delle sue Leica. Credevo di sentire l’odore della polvere e di percepire il gusto acre del fumo. La guerra in Vietnam era ben lontana dalla sua conclusione e quegli scatti mostravano una feroce somiglianza con le immagini trasmesse giornalmente dalla tv. In basso a destra, in un angolino di pagina 21, l’immagine di Gerda Taro sfinita e forse addormentata su un paracarro.

Copertina della rivista Fotografia Italiana del giugno 1972

Su quel blocco erano incise due lettere misteriose, la P e la C.  Sfinita, ma non vinta. La sua figura esile si adattava all’incomodo sostegno con la grazia e l’eleganza di un’antica musa e vi aveva deposto lievemente il capo proprio come la musa addormentata di Brancusi. Capa stava combattendo una sua personale battaglia contro la guerra e le Leica erano le sue armi, gli scatti i suoi proiettili. La sua incolumità e quella di Gerda il prezzo finale da pagare.

(1) The Guardian.com, 19 gennaio 2018. A questo proposito si veda anche l’articolo dello storico Richard Baxell sul sito Richard Baxell.info intitolato Taro readings
(2) Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, 1980.
(3) Gerda Taro la pasionaria che fotografava la storia, Il Giornale.it domenica 28 maggio 2006.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.