UNO SPARO SUL FAR DELLA SERA. L’incidente che confermò le ossessioni di Munch sul conflitto tra arte e mondo femminile.

Laura Cathrine Munch e I suoi cinque figli nel 1868 poco tempo prima della sua morte. In senso orario, da destra: Edvard, Laura, Andreas, Sophie, e al centro la piccola Inger.
Courtesy Munch Oslo, Nasionalmuseet. Licenza Creative Commons

Giovedì 11 settembre 1902, ad Åsgårdstrand, la quiete di casa Munch fu violata da uno sparo. L’esatta dinamica di quell’incidente non fu mai accertata. Lo stesso Munch, presentatosi in ospedale il giorno dopo, dichiarò “Poi ho avuto il revolver in mano, come l’avevo preso – quello che volevo non lo so …”. Che le autorità abbiano creduto a quella puerile farneticazione è difficile da credere. Poteva tuttavia essere inserita in un quadro generale di stravaganze, comportamenti al limite della decenza, ubriachezze debilitanti e forse allucinatorie. Nella vita caotica e disperata di un artista scandaloso un simile accadimento poteva essere ammesso purché le conseguenze non fossero poi così gravi. Purtroppo, l’evento drammatico si incastonava perfettamente in una lunga e funesta catena di sventure che si erano abbattute sulla famiglia Munch. Nel 1868 era morta di tubercolosi la madre Laura Cathrine. Il suo posto era stato preso dalla zia Karen Bjølstad (la donna che a appare a capo chino nel dipinto “La fanciulla malata”). Nel 1877 moriva sempre di tubercolosi la sorella maggiore Sophie (la bimba in piedi a sinistra nella foto di famiglia). Nel 1895 scomparve il fratello Andreas. Infine durante l’autunno e l’inverno del 1899 Munch era stato costretto al ricovero nel sanatorio di Kornhaug nella regione di Gudbrandsdalen. Per non parlare della follia della sorella Laura e della psicosi depressiva del padre.
Che cosa accadde veramente in quel piccolo lodge a un piano non lontano dal mare e acquistato solo quattro anni prima?

Casa di Munch a Åsgårdstrand

Secondo il biografo di Munch Eli Greves (1) oltre al pittore, ad Åsgårdstrand, era presente la sua compagna Mathilde Larsen chiamata affettuosamente dagli amici Tulla. I due avevano intrecciato una relazione fin dal 1898, ma si era subito rivelata tempestosa. Avevano viaggiato in lungo e in largo per l’Europa senza raggiungere mai un punto di equilibrio. Tulla apparteneva all’aristocrazia mercantile di Kristiania (2): il padre, Peter Andreas Larsen, era un ricco e famoso mercante di vini. La giovane donna si era distinta per l’assidua frequentazione degli ambienti della bohème. Si mostrava libera e anticonformista, era bella, ricca e fonte di malevoli pettegolezzi. Munch era ossessionato dalle figure femminili, desiderate e temute al tempo stesso. L’arte era la suprema espressione della libertà di un uomo. L’amore, per non essere in contrasto con l’arte, doveva essere necessariamente libero. Per questo aveva orrore del matrimonio. V’erano anche altre ragioni. Si era convinto che la sua famiglia fosse vittima di una tara ancestrale a causa della quale malattia e follia si alternavano senza sosta. E non aveva intenzione alcuna di perpetuare quella maledizione. La natura del conflitto è quindi presto detta: Tulla voleva essere sposata. L’istituzione matrimoniale, uno dei fulcri della società borghese, era ovviamente in contrasto con i principi della bohème (ma forse sarebbe meglio dire con la sua assenza di principi), Tulla, tuttavia, aveva già 33 anni e temeva probabilmente la volubilità affettiva di Edvard, uomo che facilmente si innamorava di altre donne e facilmente se ne disgustava.

Tulla Larsen a Berlino nel 1899. Courtesy Munch, Oslo, Nasionalmuseet.

La crisi definitiva era iniziata il 23 agosto del 1902 a Røyken. Disperata e apparentemente risoluta a togliersi la vita, Tulla aveva ingerito due interi flaconi di morfina. Alcune persone del luogo l’avevano trovata priva di sensi.  Le avevano somministrato quantità impressionanti di caffè e l’avevano indotta a svuotare l’esofago riportandola in vita quando era già in articulo mortis. È da ritenere che Munch non abbia mai creduto all’efficacia di quel tentativo, ma che tuttavia abbia sofferto le conseguenze della terribile coercizione morale che esso implicava. Provava una furiosa angoscia per la trappola in cui era caduto. Quel tentato suicidio, a meno di incidenti, era un coup de théâtre: aveva ingerito sì la morfina, ma non tutta quella contenuta nei flaconi che invece doveva essere stata svuotata in un lavandino. Forse aveva persino orchestrato il modo per farsi trovare senza correre eccessivi pericoli.
Mercoledì 10 settembre i due si recarono ad Åsgårdstrand per un’impossibile riconciliazione. Munch bevve e pianse tutto il tempo. Lo spazio di quel lodge era decisamente angusto, era impossibile per l’uno trovare riparo dall’altro. Erano costretti alla reciproca vicinanza.

La camera da letto dell’artista a Åsgårdstrand

Il giorno successivo Tulla consegnò a Munch un centinaio di corone per acquistare un po’ di cibo. Munch invece del cibo acquistò una bottiglia di brandy. Ci fu una discussione, immediatamente degenerata in alterco. D’un colpo apparve un revolver. Lo impugnava probabilmente Tulla Larsen che minacciava ancora il suicidio, questa volta con mezzi più temibili. Il tentativo di disarmare la compagna si risolse in una tragica zuffa. Uno sparo, il grido di dolore di Munch, poi il silenzio. Il proiettile, partito accidentalmente, ferì in modo abbastanza serio la mano sinistra del pittore, quella che reggeva la tavolozza. Il sangue macchiò abbondante il pavimento di legno. Tulla, ripresasi dallo stato di furiosa esaltazione, provvide a una fasciatura di emergenza e a pulire il pavimento. Fu chiamato il dottor Wilhelm Grimsgaard che era un amico di Munch ed esercitava la sua professione ad Åsgårdstrand. Il medico curò la ferita e provvide a una fasciatura più efficace. Gli ordinò infine di recarsi presso l’Ospedale Nazionale di Kristiania. Il mattino seguente Munch viaggiò da solo con il battello a vapore. Non vide mai più Tulla Larsen,

Lastra radiografica della mano sinistra di Munch. Sono perfettamente visibili i danni alla prima falange del dito medio con i frammenti ossei parzialmente aperti e la scheggiatura della prima falange dell’anulare.
Courtesy Oslo, Nasionalmuseet. Licenza Creative Commons

Già nel periodo 1893-94 Munch aveva evidenziato nei suoi dipinti il ricorrere di fantasie ossessive sulla figura femminile. Fantasie di sottomissione e angoscia nei confronti dell’altra metà del cielo il cui potere di generare portava con sé l’annullamento del potere di creare dell’artista. Si pensi al celeberrimo Vampiro vividamente descritto in una delle sue tante annotazioni autobiografiche: ” I suoi capelli rosso sangue si erano impigliati in me, si erano avvolti intorno a me come serpenti rosso sangue, i loro lacci più sottili si erano avvolti intorno al mio cuore” (3)

Edvard Munch, Vampiro, 1893-1894. Oslo, Nasionalmuseet.

Nelle cinque versioni di Madonna (delle quali tre a olio e due litografie), realizzate nel periodo 1895-96, il simulacro muliebre è ulteriormente connotato: essa è “simultaneamente santa, puttana e servizievole creatura dedita, nell’infelicità, all’uomo.» (4)

Edvard Munch, Madonna, 1895-1896, litografia colorata a mano, 64.8 x 47.2 cm, Ohara Museum of Art, Kurashiki, Giappone

L’aureola sul capo della donna di colore rosso ci ammonisce sul potenziale distruttivo che si sprigiona dalla nefasta combinazione di vocazioni opposte (santa/prostituta). La donna avrebbe il potere di generare, ma indotta a rifiutare il suo ruolo materno, usa il proprio corpo come strumento di potere sull’uomo. In particolare, nella versione litografica, il corpo proteso verso l’osservatore è circoscritto da una cornice di colore sanguigno che imprigiona un flusso di spermatozoi. In basso a sinistra vediamo un feto o meglio uno spettrale homunculus che ricorda, in sedicesimo, la figura serpentinata dell’Urlo: è l’epifania del senso di colpa dell’artista per il suo rifiuto di costruire una famiglia.
La morte di Marat del 1907 è una chiara rielaborazione dell’evento che concluse la tragica esperienza di Munch con Tulla Larsen.

E. Munch, La morte di Marat, 1907. Oslo, Nasionalmuseet.

Il suggerimento del titolo tende a evocare, se per un attimo oscuriamo l’enorme distanza tra i due episodi, alcune analogie sul piano psicologico. L’impreparazione e la sorpresa della vittima, ad esempio, disteso supino sul letto con le braccia aperte come in croce. La mano sinistra, dalla quale è sgorgato copioso il sangue è tuttavia invisibile, fuori quadro. È una mancanza, una mutilazione visiva e, se consideriamo la condizione dell’artista da quel momento menomato, una castrazione metaforica. Il corpo nudo della donna della quale si riconoscono facilmente i lineamenti di Tulla Larsen, si impone verticale sulla scena. La donna è inespressiva, priva di una colpevole volontà, è l’agente distruttivo di un destino avverso, una delle Erinni si direbbe, che agisce per punire una violazione dell’ordine morale. Accanto, su un tavolo che si presenta quasi ribaltato verso lo spettatore, spiccano dei frutti esotici, inutili come le occasioni mancate.

 

(1) Greve, Eli. Edvard Munch. Liv og verk i lys av tresnittene. Oslo: Cappelen. 1963. Per altre informazioni consultare Il Diario dell’Associazione Medica Norvegese, marzo 2017 https://tidsskriftet.no/2017/03/medisin-og-kunst/vadeskuddet-fra-edvard-munchs-revolver

(2) La città è oggi conosciuta come Oslo. Fu denominata Christiania dal 1624 al 1878 e come Kristiania dal 1878 al 1924. L’attuale denominazione entrò in vigore nell’anno 1925.
(3) Edvard Munch, Il grido. Scritti sull’arte e sull’amore, 2002.
(4) Edvard Munch Frammenti sull’arte, a cura di M. Alessandrini. 2007, Abscondita.

 

 

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