LIBERTÀ DI ESPRESSIONE E PRUDERIE BOURGEOISE NELLA FRANCIA DEL XIX SECOLO.

CENSURA, ANTICONFORMISMO E RUOLO DELLE DONNE.

Gli artisti operanti nella Francia del XIX secolo dovevano sottostare a severe limitazioni sia per la scelta dei contenuti sia per le modalità della raffigurazione. Avere successo, soprattutto per i pittori, era affare assai complicato, non importava quale fosse il loro talento. Uno strumento che garantiva la continuità della tradizione e consentiva solo insignificanti libertà espressive era il Salon. Istituito a Parigi nel 1667 quale espressione dell’Ecole de l’Académie, il Salon era l’evento in cui si premiava una carriera promettente o si funestavano le ambizioni di coloro che tenevano in non cale il gusto dominante. A partire dal 1849 le giurie che selezionavano gli artisti e procedevano alla premiazione delle opere migliori, assunsero criteri di valutazione sempre più restrittivi. Tale era il rigore che nel 1863, furono escluse circa 3.000 opere. Edouard Manet fu “rifiutato” per aver presentato un’opera giudicata provocatoria e insensata. Insensata a meno di non voler considerare la donna nuda in mezzo a due uomini vestiti la rappresentazione di una partouze fra due scellerati e una prostituta. Una laida prostituta, non una raffinata cortigiana e tanto meno una divinità alla cui nudità le persone di una certa cultura erano, diciamo, assuefatte. Si trattava di una patente violazione del “buon gusto”, categoria che includeva un numero ristretto di possibili nudità purché inserite in ambito mitologico e trattate con la necessaria eleganza e delicatezza. L’opera doveva sollecitare l’apprezzamento del corpo umano senza scadere nel lubrico (sull’argomento si veda anche il seguente articolo a partire dal sesto paragrafo). Nessuno si accorse in quel momento che l’opera –Déjeuner sur l’herbe- annunciava l’ingresso, nell’arte francese, di quella vie moderne evocata profeticamente da Baudelaire. Il grande Delacroix, accecato dalla sorprendente impostazione del Déjeuner in contrasto anche con i più banali rudimenti del mestiere di pittore, scagliò contro Manet una scomunica di natura tecnica, tranchant e perfida. Ai critici più feroci sfuggì un dettaglio: la composizione del dipinto non era così anticlassica come si sosteneva, anzi, era il calco perfetto di un’opera dell’incisore cinquecentesco Marcantonio Raimondi che riproduceva il Giudizio di Paride di Raffaello ed era anche un riferimento velato al Giorgionesco (o Tizianesco) Concerto campestre conservato a pochi passi in una sala del Louvre.

La donna al centro del dipinto di Manet, lo sguardo rivolto verso l’osservatore, quella Victorine Meurent assai nota agli artisti del tempo, è ancora oggi protagonista assoluta nella sua quieta consapevolezza. Una Diana moderna sulla quale i giovani che le siedono accanto non devono temere di fissare lo sguardo. La Meurent fu solo una protagonista passiva, il cui unico compito era assecondare l’ispirazione del pittore? Orientò in qualche modo le scelte di Manet? Per quanto il quesito possa sembrare assurdo non bisogna credere che il milieu delle modelle parigine non fosse altro che una particolare articolazione del demi-monde. La Meurent fu una pittrice largamente apprezzata sebbene il suo nome sia stato in seguito oscurato da quello dagli artisti per i quali posò. Basti dire che venne ammessa per ben sei volte al Salon. Inoltre il protrarsi per undici anni della collaborazione tra Manet e la Meurent suggerisce una mutua comprensione, qualcosa di più profondo del rapporto subordinato modella-artista. Si possono citare altri casi notevoli: Suzanne Valadon modella e pittrice di gran talento nonché madre del grande Utrillo; Jeanne Hebuterne compagna di Amedeo Modigliani, sua modella e pittrice. Il ruolo delle modelle non è mai stato studiato in modo accurato fino al 2001 quando è stata pubblicata la monumentale opera di Jill Berk Jiminez e un saggio di Marie Lathers (1).

Grazie alle ricerche della Jiminez e allo studio di alcuni documenti relativi alle ultime due decadi del XIX secolo è possibile oggi ricostruire la vicenda di un’altra modella molto particolare: si faceva chiamare Sarah Brown, ma nei registri anagrafici era stata iscritta come Marie-Florentin Roger o Royer, nata nel 1869.

Sarah Brown era il tipico esempio di modella in auge negli anni 80 e 90 del XIX secolo. I pittori apprezzavano la sua carnagione pallida e i capelli ramati, ma temevano la sua natura indipendente e ribelle.  Aveva idee tutte sue sulla postura da assumere e non temeva di entrare in conflitto con gli artisti più acclamati dal pubblico. Fu modella per Georges Rochegrosse, Jules Lefebvre, gli artisti dell’Accademia Julian e quelli della scuola di Belle arti.

Famosa per il suo talento (era in grado di torcersi e assumere originali pose in contrapposto) mostrò il suo turbolento anticonformismo anche nella vita sociale divenendo in breve la regina dei bohemiens. L’otto febbraio 1893, all’apice della sua notorietà, partecipò come figurante al Bal des Quat’z Arts (2), un evento carnevalesco pensato per gli studenti delle scuole d’arte che si teneva al Moulin Rouge o presso la Salle Wagram.

Sull'identità della donna nelle due fotografie leggere la postilla in fondo all'articolo.
Sull’identità della giovane nelle due fotografie leggere la postilla in fondo all’articolo.

L’ideatore era stato l’anno precedente Henri Guillaume professore di architettura dell’École National Supérieur des Beaux-Arts. Nelle intenzioni doveva essere un’occasione per impegnare gli studenti su temi artistici senza rigide regole accademiche. Per ragioni organizzative e di sicurezza l’ingresso era consentito solo ai possessori di un invito nominale. Lo spettacolo iniziava nelle strade intorno alla sala con una parata di carri curati da appositi atelier che gareggiavano in vivace competizione. Nell’edizione del ’93, la Brown apparve su un carro ispirato al dipinto “Gli ultimi giorni di Babilonia”: la giovane, quasi completamente nuda, si calò nel personaggio di Cleopatra con atteggiamenti e pose che furono sottolineate dal fragoroso consenso degli spettatori. Ecco come un testimone dell’evento, Georges Montorgueil descrive la scena: “La sfilata copre un lungo spazio. Ecco la parte trionfale, il corteo di Cleopatra. Su una portantina ella appare vestita con pochi fili di perle e reti d’oro: è la Bellezza conquistatrice del conquistatore del mondo, è la modella che Rochegrosse dipinse nella Morte di Sardanapalo, la superba rossa Sarah Brown. Il popolo la acclama. Lei accoglie questi segni di delirio con la sua bella nonchalance orientale…”. (3)

Giunti all’interno del Moulin Rouge, i carri proposero le diverse interpretazioni del tema al pubblico. Con sprezzo delle conseguenze Sarah Brown si mostrò, come aveva già fatto all’aperto, affacciandosi da una balaustra. L’esibizione non passò inosservata. René Berenger, presidente della Lega per la Difesa della Morale, trascinò in tribunale alcune protagoniste del “Bal des Quat’z Arts”. Con l’accusa di “atti osceni in luogo pubblico” la modella fu processata il 24 giugno 1893 e condannata a pagare una multa di 100 franchi insieme all’organizzatore e ad altre tre sue compagne. La sentenza del Tribunale suscitò le immediate proteste degli studenti. Il moralismo isterico di Bérenger era riuscito ad imporre una censura intollerabile della libertà di espressione. Ad aggravare ulteriormente la tensione, si diffuse la notizia del tentato suicidio di un’altra imputata nello stesso procedimento penale, tale Mademoiselle Manach (4). Le contestazioni assunsero allora un carattere violento. Al culmine degli scontri la polizia uccise un innocuo astante. La rivolta s’infuocò al punto che un commissariato fu stretto d’assedio e decine di lavoratori cominciarono ad unirsi agli studenti. Secondo un rapporto della polizia la modella, nelle fasi più violente degli scontri, aveva arringato gli avventori dei vari caffè incitandoli alla rivolta.

I tumulti nel Quartiere Latino nei giorni 2,3 e 4 luglio 1893. L’incendio dei chioschi dei giornali sul boulevard Saint-Germain. Da Le Journal Illustré.

Dopo questi eventi Sarah scomparve dalla vita pubblica. O, piuttosto, fu stretto un “cordone di sicurezza” intorno a un personaggio divenuto improvvisamente scomodo. Una prova indiretta di ciò è la patetica richiesta di rettifica inviata il 14 marzo del 1896 dal pittore Rochegrosse al Direttore del New York Times con la quale l’artista tentò di ridimensionare i rapporti intercorsi con la modella (5). Gli incarichi si diradarono fino a scomparire del tutto. Sarah Brown morì il 12 febbraio 1896 sola e consumata da una implacabile tubercolosi. Aveva solo 27 anni.

Il Bal des Quat’z Arts col tempo divenne sempre più un’esibizione di volgare e sgangherata goliardia. A spazzare per sempre un’istituzione destinata a saziare gli appetiti dei provincialotti che infestavano e tuttora infestano il quartiere di Pigalle fu il maggio del 1968.

POSTILLA

Non v’è alcuna certezza sull’identità della donna nelle due fotografie. L’aspetto della giovane, sia se ne consideri il viso sia il corpo, non possiede quelle caratteristiche così particolari descritte dai contemporanei. Il corrispondente da Parigi del giornale di New York The Journal, il 7 marzo 1896, nel comunicare la notizia del decesso di Sarah Brown, afferma: “Era una bellezza non comune. Una figura magnifica, alta un po’ meno della media con una corona di capelli rosso Tiziano che metteva in risalto il suo viso straordinariamente attraente. Aveva occhi grandi e ardenti di colore violetto nei quali pochi uomini osavano immergersi.”. Nello stesso articolo viene riferito il compianto del pittore americano Charles Ayer Whipple allievo di Bouguereau e Fleury:” È stata senza dubbio la più bella modella che Parigi abbia mai avuto. Il suo temperamento inquieto e sensibile l’ha resa insostituibile nell’espressione di sentimenti e passioni.“. La corrispondenza delle fattezze della modella in fotografia con quelle del dipinto di grandi dimensioni di Rochegrosse intitolato “Gli ultimi giorni di Babilonia” non è più possibile perché l’opera è andata perduta. A giudicare dalle copie in formato ridotto dell’opera scomparsa e da una incisione, la somiglianza è alquanto discutibile. Non si può escludere che un’altra modella abbia voluto farsi fotografare con gli abiti di Cleopatra e sfruttare in qualche modo il successo della Brown.

Dettaglio da una incisione riproducente Gli ultimi giorni di Babilonia di Rochegrosse. Il volto della giovane Sarah Brown in questa immagine non trova soddisfacenti corrispondenze con quello della modella indossante il cosiddetto “costume di Cleopatra”.

NOTE

(1) Jill Berk Jiminez, Dictionary of Artist’ Models, Taylor & Francis Inc. /Routledge. Pagina 86 e seguenti.

Marie Lathers, Bodies of Art: French Literary Realism and the Artist’s Model. Nebraska University Press, 2001. Pagina 243.

(2) Alla lettera Ballo delle Quattro Arti (pittura, scultura, architettura e incisione).

(3) Georges Montorgueil, Paris  Dansant, 1898. Edizione unica in 200 esemplari, pagine 125-126. Chamerot et Renouard.

(4) Secondo l’accusa la donna si era mostrata nuda nella sala del ristorante Lemardelay mentre veniva portata a cavalcioni da un entusiasta invitato ad un banchetto.

(5) Il New York Times, nel dare notizia della morte di Sarah Brown, riferiva di un grave episodio occorso nello studio del pittore Rochegrosse: colà un’amica del pittore (una contessa inglese) avrebbe pugnalato al petto la giovane mannequin. Secondo il corrispondente da Parigi del NY Times da quel momento sarebbe iniziato il declino della modella.

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