GLI DEI DOPO LA CADUTA. L’APOLLO SAUROCTONOS E IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI.

Apollo Sauroctonos Louvre

Copia romana da Prassitele, Apollo Sauroctonos, Parigi. Museo del Louvre.

Ad Atene, quel giugno del 430, l’estate era iniziata con il ricordo dei lamenti funebri durante la cerimonia invernale in onore dei caduti. La campagna non aveva consegnato i frutti consueti che, in tempi diversi, sarebbero stati abbondanti. Si diffondeva nell’aria l’odore acre degli incendi e chi avesse voluto appurare con precisione cosa stesse avvenendo fuori, nella splendida chora, avrebbe dovuto recarsi sulle mura e osservare le devastazioni degli Spartani e dei loro alleati. I soldati del Peloponneso, non potendo forzare le mura di Atene, si erano dati a quelle imprese vigliacche che disonorano le campagne militari: bruciavano campi, distruggevano fattorie, uccidevano animali. Qualche volta si avvicinavano alle mura, beninteso a distanza di sicurezza, per scagliare insolenze sugli Ateniesi e i loro comandanti.

La città non era mai stata così affollata. Vicino alle mura, sistemati in baracche d’emergenza, migliaia di contadini si accalcavano in attesa di poter tornare alle loro abituali occupazioni. Rivoli di liquame tracimavano dalle fosse e scorrevano in canali di scolo improvvisati. Confusione, polvere, immondizie e senso generale di scoramento: questo era Atene quell’estate.

In breve un nuovo contendente si aggiunse alla guerra tra Ateniesi e Spartani: la peste. Così la ricorda Tucidide:

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ORRORE DELLA VITA ED ESTASI DELLA VITA. L’ORIZZONTE PERDUTO DI FEDERICO FARUFFINI.

Federico Faruffini, La Vergine al Nilo, 1865. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Federico Faruffini, La Vergine al Nilo, 1865. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Avveniva a Philae, sul sacro suolo di Aset, nel Nomo di Ta Khentit.

Le grida dei parenti erano improvvisamente cessate, quando due sacerdoti si erano avvicinati al corpo semisommerso nelle acque basse. La fanciulla era prona, non più scossa da sussulti, sospesa con dei legacci a una trave che le impediva di affondare. Ormai era pronta al grande viaggio che l’avrebbe portata dalle trasparenti braccia del Nilo a quelle perigliose della Duat. Era giovane e bella e vergine senza dubbio: il suo giovane cuore non poteva certo pesare più di una piuma di Maat.

I sacerdoti fecero un cenno e iniziarono i canti accompagnati dal pizzicare di corde sulle arpe. Sommessi ricominciarono i lamenti. Con studiata lentezza i due uomini ribaltarono la trave insieme al corpo che vi era fissato ed esposero il volto alla benedizione dei raggi di Ra. Sciolsero i legacci e sollevarono delicatamente il busto poggiandolo perpendicolarmente sulla trave. Lessero quindi la formula rituale scolpita sul legno dipinto color lapislazzuli e si allontanarono lasciando che la corrente portasse via la sposa del Nilo e le ghirlande di fiori.

Gli incaricati del visir fecero allora scendere gli scandagli di rame fino a toccare il fondo roccioso.

Il livello stava salendo ed era vicino al suo massimo annuale: avrebbero avuto un’altra benefica inondazione.

Ecco, potrebbe chiudersi così una possibile descrizione del rito sacrificale raffigurato ne “La Vergine al Nilo”.

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TORNA A CASA WALLY! Un tribunale americano fa ricongiungere, iconicamente e a caro prezzo, l’austriaco Egon Schiele con l’amante Valerie.

Welz osservava famelico i preziosi dipinti che, come tessere di un mosaico, si affollavano sulle pareti di casa Bondi Jaray. Il suo aspetto innocuo – quello di un impiegato, di un commerciante o forse di un doganiere in borghese- non aveva ingannato né Lea Bondi né il marito quando, non annunciato, si era presentato alla porta del loro appartamento. L’untuoso, sfuggente, obliquo Welz li aveva seguiti in un’ampia sala senza lo scambio di alcuna formula di cortesia. Per soprammercato si era guardato attorno come l’impresario di una ditta di traslochi che prenda mentalmente nota  degli ingombri. “Voi sapete certamente -esordì senza preamboli- che tutte le gallerie d’arte sono state arianizzate.” L’attenzione di Welz, mentre parlava, si era fissata sul dipinto di una ragazza di appena diciassette anni, grandi occhi cilestrini e capelli rossi. L’aveva riconosciuto subito, si capisce, Welz era un appassionato d’arte e un indefettibile estimatore di Egon Schiele. Era il ritratto di Valerie Neuzil, detta Wally, modella e musa e del pittore.

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LA MIRABOLANTE AVVENTURA DI COSTANTINO BRUMIDI: DA AFFRESCHISTA ROMANO ALL’APOTEOSI AMERICANA.

Costantino Brumidi, decorazioni della Galleria Piccola, appartamento est. Villa Torlonia, Roma.1845

Un giorno, quando i restauri del piccolo teatro di Villa Torlonia a Roma si saranno finalmente e credibilmente conclusi, qualche visitatore dotato di curiosità e di un certo spirito di osservazione potrebbe imbattersi in un ciclo di affreschi il cui autore, Brumidi, gli è totalmente sconosciuto. A parte gli specialisti, pochi hanno avuto la ventura di incontrarne il nome. Chi era costui? Una prima risposta potrebbe essere: colui che progettò ed eseguì l’apparato decorativo degli appartamenti annessi al teatro. È certo che la volta e le lunette del salone nell’appartamento ovest e le decorazioni della Galleria Piccola nell’appartamento est, sono tutte opera dell’artista nato a Roma, ma di padre greco. Continua a leggere