GLI DEI DOPO LA CADUTA. L’APOLLO SAUROCTONOS E IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI.

Apollo Sauroctonos Louvre

Copia romana da Prassitele, Apollo Sauroctonos, Parigi. Museo del Louvre.

Ad Atene, quel giugno del 430, l’estate era iniziata con il ricordo dei lamenti funebri durante la cerimonia invernale in onore dei caduti. La campagna non aveva consegnato i frutti consueti che, in tempi diversi, sarebbero stati abbondanti. Si diffondeva nell’aria l’odore acre degli incendi e chi avesse voluto appurare con precisione cosa stesse avvenendo fuori, nella splendida chora, avrebbe dovuto recarsi sulle mura e osservare le devastazioni degli Spartani e dei loro alleati. I soldati del Peloponneso, non potendo forzare le mura di Atene, si erano dati a quelle imprese vigliacche che disonorano le campagne militari: bruciavano campi, distruggevano fattorie, uccidevano animali. Qualche volta si avvicinavano alle mura, beninteso a distanza di sicurezza, per scagliare insolenze sugli Ateniesi e i loro comandanti.

La città non era mai stata così affollata. Vicino alle mura, sistemati in baracche d’emergenza, migliaia di contadini si accalcavano in attesa di poter tornare alle loro abituali occupazioni. Rivoli di liquame tracimavano dalle fosse e scorrevano in canali di scolo improvvisati. Confusione, polvere, immondizie e senso generale di scoramento: questo era Atene quell’estate.

In breve un nuovo contendente si aggiunse alla guerra tra Ateniesi e Spartani: la peste. Così la ricorda Tucidide:

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QUELLA MALEDETTA ESTATE DEL 1984. STORIA DEL NAUFRAGIO, CON POCHI SUPERSTITI, DELLA CRITICA D’ARTE ITALIANA.

 

La congiura del silenzio che ha esiliato in polverosi annali il ricordo del primo scandalo mediatico italiano può considerarsi ormai conclusa. A lungo si è sorvolato o cercato di glissare sull’orribile infortunio nel quale caddero i più onorati storici dell’arte italiana che, uno a uno e con poche eccezioni, furono esposti alla gogna pubblica nell’afosa e funesta estate del 1984. Fino a due anni fa chi tentava di documentarsi sulla catena di eventi culminata nel ritrovamento delle sculture di Modigliani era costretto a ricerche mirate in una grande emeroteca. L’uso di strumenti normalmente a disposizione del grande pubblico incontrava seri ostacoli. Solo per citare qualche circostanza: la raccolta di CD-ROM “Gli anni de La Repubblica” edita nel 2001, contenente tutti gli articoli del più importante quotidiano italiano, non includeva l’anno 1984. Nel 2005, in occasione dei cinquant’anni dell’Espresso, è stata pubblicata un’antologia in cinque volumi intitolata “L’Espresso – 50 anni”: se si consulta il volume comprendente gli articoli del periodo 1975-1984 non si rinviene alcuna traccia dello scandalo e il nome Modigliani appare, in modo del tutto casuale, a pagina 543 in un articolo su Eduardo De Filippo. Solo recentemente il sito del quotidiano on line “La Repubblica” ha reso possibile la consultazione degli archivi fino al 1984 agli utenti generici. In questi anni l’unica vera splendida eccezione, in un’Italia generalmente indulgente con l’establishment culturale e implacabile con i mister nessuno, è stata la trasmissione “La storia siamo noi” curata da Giovanni Minoli. Continua a leggere

L’ARTE SPIEGATA AI DOGANIERI. L’INCIDENTE ALLE DOGANE STATUNITENSI DEL 1926 E IL CASO BRANCUSI.

Constantin Brancusi, foto di Edward Steichen

Nell’ottobre del 1926 un gruppo di casse contenenti sculture dell’artista romeno Constantin Brancusi fu scaricato nel porto di New York. Le opere erano scortate dal fotografo Edward Steichen che intendeva esibirle in una mostra ufficiale alla galleria Brummer già famosa per aver ospitato alcuni “pezzi pregiati” dell’avanguardia artistica europea. Quando aprirono le casse, gli ufficiali delle dogane federali si trovarono fra le mani dischi, uova, forme ondulose come lingue di fuoco, tutte realizzate in vari materiali quali legno, metallo riflettente e marmo levigatissimo. Un oggetto, in particolare, li lasciò interdetti: era di forma allungata, alto circa un metro e trenta centimentri, in bronzo dorato lucidissimo, con un lieve rigonfiamento ellissoidale recante un etichetta stupefacente: “Bird in space”. Continua a leggere

MOSÈ, COME MICHELANGELO, S’INNALZA AL DI SOPRA DELLA SUA STESSA NATURA.

“Quante volte ho salito la ripida scalinata che porta dall’infelice Via Cavour alla solitaria piazza dove sorge la chiesa abbandonata! e sempre ho cercato di tener testa allo sguardo corrucciato e sprezzante dell’eroe, e mi è capitato qualche volta di svignarmela poi quatto quatto dalla penombra di quell’interno, come se anch’io appartenessi alla marmaglia sulla quale è puntato il suo occhio, una marmaglia che non può tener fede a nessuna convinzione, che non vuole né aspettare né credere, ed esulta quando torna ad impossessarsi dei suoi idoli illusori.” 

Sigmund Freud, Der Moses von Michelangelo.

Nei primi mesi del 1914 la rivista Imago pubblica un piccolo saggio anonimo sul Mosè di Michelangelo. Perché l’autore voglia rimanere nell’ombra è presto detto: non si è mai occupato veramente d’arte e quindi il suo testo può essere facilmente tacciato di dilettantismo. Inoltre teme che qualcuno spieghi maliziosamente l’irresistibile attrazione provata per il personaggio. Non è forse vero che si identifica con quell’ingombrante figura, che si sente un profeta? Continua a leggere