L’OCCHIO SENZA PALPEBRE DI DIANE ARBUS: MALEDIZIONE E BELLEZZA MEDUSEA DEL POPOLO DELL’AUTUNNO.

Diane Arbus mostra una delle sue foto più famose

Tra i numeri 228 e 232 della 42^ strada ovest, non lontano da  Times Square, esisteva un locale curioso, malamente illuminato, sordido, conosciuto col nome di Hubert’s Museum. Per 25 centesimi era possibile godersi una delle numerose attrazioni che i manifesti a colori sgargianti pubblicizzavano accanto al botteghino: v’era una donna chiamata Olga con una ipertricosi facciale abnorme e peli dalla lunghezza media  di 33 centimetri, Susy una donna dall’epidermide rugosa e spessa simile a un elefante, Zero il reduce della prima guerra mondiale con il volto sfigurato in modo orripilante, la Principessa Wago che danzava avvolta tra le spire di un pitone, Lady Estelline divoratrice di spade e altri fenomeni che sembravano partoriti dall’immaginazione di un Victor Hugo. Nel seminterrato, il sedicente prof. Heckler, azzimato come un vero docente universitario, intratteneva gli astanti con il circo delle pulci le cui evoluzioni potevano essere seguite attraverso una lente d’ingrandimento. Continua a leggere
Annunci

QUEL MONUMENTO CHE NON È MAI STATO ERETTO.

Margaret Fuller, dagherrotipo di John Plumbe, 1846

Esistono i Mani, la morte non distrugge tutto. In questi giorni di festa per il 150° anniversario dell’unità, una pallida ombra si sottrae, a stento, all’oblio cui è stata consegnata ingiustamente. È quella di Margaret Fuller, americana di nascita e romana d’elezione. È una figlia che Roma non ha mai veramente adottato. Le ha dedicato, è vero, un viale ombroso nel perimetro di Villa Sciarra, ma pochi tra coloro che lo percorrono le rivolgono un pensiero riconoscente. Undici anni fa fu affissa una targa sulla facciata del palazzo di Piazza Barberini nel quale aveva abitato per due anni. Ben in alto sopra un bar , cosicché nessuno, da allora, se ne è mai accorto.  Il regista Luigi Magni le ha dedicato due brevi scene nel film “In nome del popolo sovrano“, qualche sito web e qualche associazione la ricordano, ma si tratta di sparute pattuglie di devoti che tentano di tenerne in vita il ricordo. Continua a leggere

I TRE COLPI CHE POSERO FINE ALLA MODERNITÀ

 

Valerie sapeva che Dio si era rivelato a New York in un piccolo edificio rosa sulla Lexington Avenue. Dio, che tutti chiamavano affettuosamente Andy, era in grado di trasformare in oro qualsiasi cosa gli passasse per le mani. Pubblicità commerciali, prodotti di largo consumo, frammenti sbiaditi di giornale erano il primo antidoto a una società di massa ottenuto dai detriti di quella stessa società. Le infinite copie di un originale in apparenza mai esistito, estratte e rigenerate da Andy, erano la Risposta. Andy era il solo che avrebbe compreso la potenza rivoluzionaria del suo lavoro, un lavoro duro, frutto di sofferenze strazianti, sostenuto da una convinzione incrollabile: il Male era nell’oppressione dell’uomo sulla donna. Solo chi aveva fatto deragliare il dominio opprimente delle immagini, di quei segni invadenti dai quali non ti puoi nascondere, che ti inseguono perfino al cesso, mentre mangi, aveva  il potere di accendere una luce sulla sua Verità. Valerie riuscì a farsi ammettere nel suo nuovo Olimpo affollato di creativi assatanati e impasticcati. Sex, drug and Rock&roll nonché Arte, if you don’t mind. Continua a leggere

UNA PASIONARIA TEDESCA IN SPAGNA. GERDA TARO

Pére Lachaise - Tomba di Gerda Taro

V’è un angolo nascosto nel cimitero parigino del Père Lachaise. I pochi passanti che si aggirano per i suoi viali ombrosi sono attratti, in gran parte, dalla possibilità di collezionare qualche sciocco cimelio: la foto della tomba di Edith Piaf o di Jim Morrison, o quella di chi mai visse e mai morì, come Papà Goriot, personaggio partorito dalla mente di Balzac. Continua a leggere

DOROTHEA LANGE. IL MESTIERE DEL FOTOGRAFO NEGLI ANNI DEL FURORE.

L’odore della morte è qualcosa di scandalosamente intimo. Ma la macchina fotografica manca dell’olfatto. Senza mazzi di fiori, può ficcare il naso fin dove le permettono di andare, può interferire. Spesso dovevo voltarmi e darmi alla fuga, inseguito da insulti e sassate. Brigante! Assassino!, mi gridavano i parenti del defunto, come se io fossi responsabile della morte che piangevano. E c’era qualcosa di vero in quegli insulti. Il fotografo “spara”. Come un sicario fermo davanti alla porta del giardino del Primo ministro, come un assassino nell’atrio di un albergo, deve riprendere un’immagine chiara, deve cercare di non sbagliare il colpo. Ha un bersaglio e nel mirino c’è una croce di collimazione. Vuole la luce dei suoi soggetti, toglie loro la luce e anche il buio, cioè la vita.

Salman Rushdie, La terra sotto i suoi piedi.

Continua a leggere