DOROTHEA LANGE. IL MESTIERE DEL FOTOGRAFO NEGLI ANNI DEL FURORE.

L’odore della morte è qualcosa di scandalosamente intimo. Ma la macchina fotografica manca dell’olfatto. Senza mazzi di fiori, può ficcare il naso fin dove le permettono di andare, può interferire. Spesso dovevo voltarmi e darmi alla fuga, inseguito da insulti e sassate. Brigante! Assassino!, mi gridavano i parenti del defunto, come se io fossi responsabile della morte che piangevano. E c’era qualcosa di vero in quegli insulti. Il fotografo “spara”. Come un sicario fermo davanti alla porta del giardino del Primo ministro, come un assassino nell’atrio di un albergo, deve riprendere un’immagine chiara, deve cercare di non sbagliare il colpo. Ha un bersaglio e nel mirino c’è una croce di collimazione. Vuole la luce dei suoi soggetti, toglie loro la luce e anche il buio, cioè la vita.

Salman Rushdie, La terra sotto i suoi piedi.

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