ORRORE DELLA VITA ED ESTASI DELLA VITA. L’ORIZZONTE PERDUTO DI FEDERICO FARUFFINI.

Federico Faruffini, La Vergine al Nilo, 1865. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Federico Faruffini, La Vergine al Nilo, 1865. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Avveniva a Philae, sul sacro suolo di Aset, nel Nomo di Ta Khentit.

Le grida dei parenti erano improvvisamente cessate, quando due sacerdoti si erano avvicinati al corpo semisommerso nelle acque basse. La fanciulla era prona, non più scossa da sussulti, sospesa con dei legacci a una trave che le impediva di affondare. Ormai era pronta al grande viaggio che l’avrebbe portata dalle trasparenti braccia del Nilo a quelle perigliose della Duat. Era giovane e bella e vergine senza dubbio: il suo giovane cuore non poteva certo pesare più di una piuma di Maat.

I sacerdoti fecero un cenno e iniziarono i canti accompagnati dal pizzicare di corde sulle arpe. Sommessi ricominciarono i lamenti. Con studiata lentezza i due uomini ribaltarono la trave insieme al corpo che vi era fissato ed esposero il volto alla benedizione dei raggi di Ra. Sciolsero i legacci e sollevarono delicatamente il busto poggiandolo perpendicolarmente sulla trave. Lessero quindi la formula rituale scolpita sul legno dipinto color lapislazzuli e si allontanarono lasciando che la corrente portasse via la sposa del Nilo e le ghirlande di fiori.

Gli incaricati del visir fecero allora scendere gli scandagli di rame fino a toccare il fondo roccioso.

Il livello stava salendo ed era vicino al suo massimo annuale: avrebbero avuto un’altra benefica inondazione.

Ecco, potrebbe chiudersi così una possibile descrizione del rito sacrificale raffigurato ne “La Vergine al Nilo”.

Quando nel 1865 Federico Faruffini si accinse a dipingere l’opera della sua vita, l’Oriente era un topos sul quale convergevano le fantasie di molti pittori e scrittori. La sua estensione era geograficamente incerta: includeva il Marocco, l’Algeria, la Tunisia, l’Egitto, la Nubia e, naturalmente, si estendeva alla Turchia e oltre, fino ai confini estremi della terra.

La scoperta di tradizioni millenarie si era diffusa attraverso i resoconti di viaggiatori avventurosi, i nitidi paesaggi realizzati con la camera ottica e infine con le fotografie. Proprio negli anni in cui nasceva la modernità, le colonne d’Ercole si spostavano sempre più a sud verso il cuore di tenebra del continente nero e a est, dove gli imperi coloniali si erano consolidati e convivevano senza crisi o conflitti.

L’Oriente mediterraneo, nella seconda metà dell’Ottocento, vellicava il gusto per l’esotico nella raffigurazione di scene di vita quotidiana, permetteva di indugiare sulle delizie degli hammam e di inserire dettagli sensuali perfino nei soggetti biblici.

Hayez - Cagnacci

La distanza nello spazio si associava a volte a una considerevole distanza nel tempo: negli episodi di storia antica o riferiti a generici costumi orientali, si sottolineavano spesso la crudeltà, l’ingiustizia, le inappellabili sentenze del Fato.

Eroine tragiche, come Cleopatra, Semiramide, Salomè, Aida, Giuditta, Taide, Salambò, o perfino Ofelia, erano frequenti quanto figure senza nome che pittori o letterati immaginavano vittime delle consuetudini perverse dell’evo antico.

annegamenti+testo

La distanza consentiva un sentimento di superiorità psicologica e culturale: l’artista agiva in una condizione di sospensione dell’ordine morale ed era, per questo, immune da implicazioni personali così come non si è responsabili delle stravaganze e dell’incertezza morale di un sogno nel quale ci si è trovati improvvisamente prigionieri.

Mose Bianchi Cleopatra-Agusto Valli Semiramide

Faruffini, diversamente da molti suoi contemporanei, proiettò nell’opera il proprio senso di rivolta verso le convenzioni (antiche o moderne) e reagì a modo suo alla crudele ostilità che da tempo si addensava nei suoi confronti. Si avvicinò al soggetto con un senso di dolorosa partecipazione al punto di considerare il dipinto una metafora della sua stessa vita. Non se ne separò mai e lo portò con sé ovunque si recò (Parigi, Firenze, Roma, Perugia). L’ostilità di Giuseppe Bertini accademico di Brera e maestro del pittore, associata a quella di Camillo Boito, indussero l’artista a lasciare Milano. Il pittore si convinse d’esser vittima di una persecuzione.

Forse quell’ostracismo cieco non era altrettanto crudele e inutile della morte di un innocente per ingraziarsi un fiume che avrebbe comunque portato il suo dono?

Si rese conto, e certo ne fu disperato, che il nucleo dell’avversione proveniva proprio dalle figure di spicco della Scapigliatura milanese, un movimento di artisti e letterati che si dichiaravano anticonformisti e antiaccademici. Ancora più doloroso era poi il confronto tra i giudizi negativi del momento e i riconoscimenti che avevano acceso le sue speranze nel periodo 1862-1865.

Il breve periodo di permanenza a Parigi, durante il quale riscosse qualche successo, non fu sufficiente a ripagarlo delle amarezze provate in patria. Tornato in Italia e trasferitosi a Roma non riuscì a sbarcare il lunario al punto di essere cacciato dallo studio per morosità. La vendita di tutto il suo materiale e di alcune opere per dedicarsi all’attività di fotografo furono un tentativo estremo di trovare un altro orizzonte.

Aveva già sperimentato le nuove possibilità offerte dal mezzo fotografico al tempo de “La vergine al Nilo”.

Il dilagare delle tinte scure intorno al corpo della vittima (in parte non distinguibile dal fondo) non tiene conto già della caratteristica indeterminatezza dei toni fotografici? La decisione di adottare una doppia scala dei valori di contrasto, drammaticamente netta in primo piano tenue in secondo piano, con diversi gradi di saturazione del colore sembra frutto di esperimenti col mezzo fotografico che, con opportuni accorgimenti, permette queste soluzioni soprattutto in fase di rivelazione e fissaggio dell’immagine.

Non è noto che cosa abbia indotto l’artista a raffigurare un atroce sacrificio ripetuto in Egitto ogni anno, ad agosto. È tuttavia certo che la sua non fu un’ossessione solitaria. Secondo una leggenda riportata fin dagli inizi dell’800 una vergine veniva annegata nel Nilo per propiziarne le inondazioni.

Si sa che Faruffini si documentò scrupolosamente. I testi che consultò erano quasi tutti concordi nell’attestare l’esistenza del rito sacrificale. I documenti a riguardo sono numerosi, ma a titolo puramente esemplificativo, vale la pena citarne due. Il primo è quello del Major General Loring, un ex ufficiale confederato: il suo resoconto, scritto quindici anni dopo la morte di Faruffini, riferisce la leggenda già riportata in molte pubblicazioni nel corso della prima metà dell’Ottocento e che dobbiamo supporre fosse narrata con dovizia di particolari melodrammatici a tutti i viaggiatori in Egitto. Il Loring, tuttavia, non contento del pathos verbale fece aggiungere un’immagine eccessiva e stravagante. Il sacrificio come si può constatare, veniva portato a compimento senza alcuna formalità rituale.

The ancient Egyptians throwing the virgin into the Nile 1884 Loring, W.W. A Confederate Soldier in Egypt. Dodd, Mead & Company New York, 1884 p 140a

Il secondo, molto interessante in quanto unica voce discorde in un panorama dove prevalgono superficialità e totale mancanza di spirito critico, è un testo pubblicato nel 1823 a Firenze da D. G. Ferrario dal titolo “Il costume antico e moderno”.

L’autore, nell’affrontare il problema dell’esistenza di sacrifici umani nell’antico Egitto, afferma:

Finora non ho parlato dell’uso de’ sacrifici umani che, al dire di alcuni, gli antichi Egizi soleano offrire alle loro divinità, poiché mi sembra inverosimile che se ci fosse stata in Egitto sì barbara costumanza non se ne fosse conservata la memoria fino ai tempi di Erodoto.” [Dell’Egitto, pagina 137]

Il riferimento a Erodoto è certamente necessario. Il famoso storico, infatti, nel commentare un aneddoto raccontato dai Greci, riguardo al tentativo degli Egizi di sacrificare Eracle a Zeus dice:

A me, però, sembra quando me lo raccontano, che i Greci non conoscano affatto l’indole degli egiziani e le loro leggi. E infatti se la legge divina vieta loro, perfino, di uccidere degli animali se non sono maiali, buoi, vitelli (che siano però esenti da determinate caratteristiche) e oche come potrebbero immolare degli uomini?” [Storie, II, 45]

Erodoto riporta informazioni apprese direttamente dai sacerdoti e non si comprende il motivo di una loro eventuale reticenza sui sacrifici umani.

Non bisogna tuttavia credere che i costumi degli Egiziani fossero scevri da crudeltà e ferocia. Si accanivano sui prigionieri di guerra, decapitandoli e mutilandoli a centinaia o trascinandoli per le narici come si può osservare nella famosa tavoletta di Narmer custodita al Museo del Cairo. Il sacrificio umano di abitanti dell’antico Egitto è, tuttavia, una leggenda per la quale non esistono prove inconfutabili.

Recenti ritrovamenti ad Abydos farebbero pensare a “sì barbara costumanza”, ma si riferiscono a una fase predinastica. Risulta invece sufficientemente documentata l’usanza, durante il XIX secolo, di lanciare una statuetta d’argilla nelle acque del Nilo a scopo propiziatorio.

Come nacque allora l’idea del sacrificio umano?

Risalendo indietro nel tempo, e cercando un possibile indizio che spieghi l’origine di quella credenza, potremmo soffermarci sull’opera di Cassio Dione un senatore e storico romano vissuto tra il II  e il III secolo d. C. Fu Dione a narrare del viaggio di Adriano in Egitto la cui prima tappa, Alessandria, cadde il 28 agosto del 130. Una notevole circostanza a ben vedere.  Fu sempre Dione ad avvalorare una tesi diversa da quella dell’incidente per spiegare la morte tragica nel Nilo di Antinoo, il giovane amasio dell’imperatore Adriano. Secondo Dione Antinoo si sarebbe autosacrificato o peggio, era stato sacrificato, per proteggere il destino e la salute dell’imperatore. Tutto sarebbe nato da una minacciosa profezia fatta dal mago egizio Pachrates ad Adriano.

Quindi l’unico sacrificio umano nel Nilo, del quale si dispone di una documentazione attendibile, è romano e non egizio.

Il 15 dicembre 1869 Faruffini raggiunse l’acme della disperazione.

Secondo la testimonianza di una pronipote, Piera Bizzarri Gnocchi, il pittore avvicinò alla figlioletta di appena undici mesi un cappello nel quale aveva inserito due biglietti. Su uno vi aveva vergato la parola “Vita” sull’altro “Morte”. La bimba sfiorò o toccò il biglietto con la parola Morte e così il pittore trangugiò immediatamente un preparato mortale a base di cianuro.

Era stato prigioniero del demone dell’arte fino all’età di trentasei anni. A quel demone sacrificò la sua vita.

POSTILLA n. 1

Quanto l’Oriente letterario e artistico sia sempre apparso più vasto e indefinito di quello geografico, perfino nel secolo breve, è reso con acuta ironia da Anthony Burgess nel dialogo che apre il romanzo “Malesia!”:

L’Oriente? Non saprebbero cos’è il fottuto Oriente neanche a vederlo. Neanche a porgerglielo su un piatto, saprebbero che è l’Oriente. Ecco dov’è l’Oriente, là”. Sventagliò la mano infervorato nella notte scura. “Là in fondo, a ovest. Tu là non c’eri, quindi non puoi sapere. Io, invece, sì che c’ero. Polizia in Palestina, dalla fine della guerra finché non abbiamo sloggiato. Quello era l’Oriente. Tu eri in India, e quello non era l’Oriente più di quanto non lo è questo paese…”

POSTILLA n. 2

A conferma della persistenza del mito del sacrificio umano in Egitto fino al XX secolo, ecco un breve film muto del 1911 diretto da Enrico Guazzoni intitolato “La sposa del Nilo”. Il Guazzoni si era diplomato alla Scuola di Belle Arti e aveva cominciato come scenografo. La correttezza storica degli scenari e dei costumi è, tuttavia, alquanto discutibile. Negli sfondi compaiono perfino dei lamassù e più di un personaggio indossa vesti caldee o babilonesi. Consiglio di ridurre l’audio per rendere inoffensiva la stucchevole colonna sonora.

 

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